”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

07-capitolo settimo

Cap. 7° Il trasferimento

Cercai di esporgli le mie idee, gli scrissi una lettera
per fargli capire che la mia permanenza a Napoli sarebbe
stata temporanea e che, conseguita la laurea, sarei
ritornata a Panni e quindi il suo sacrificio mi sembrava
spropositato rispetto alla necessità del momento.
Papà non mi rispose per lettera ma venne a Napoli e mi
disse che io avevo una famiglia, una famiglia che mi
voleva bene e che mirava solo a darmi una mano e che
riteneva più sopportabile un inutile sacrificio, per quanto
grande fosse, ad un probabile rimorso per non averlo
sostenuto.
Non era possibile discutere, sarei apparsa soltanto una
figlia ingrata: insieme cercammo, allora, una casa adatta
alle nostre esigenze.
Nei pressi del Magistero non trovammo che un mini
appartamento alquanto scomodo e con l’ingresso in
comune con un’altra famiglia; sembrava che chi fittava in
quel rione lo facesse solo a studenti smembrando ampie
abitazioni in mono o bilocali .
Dopo aver cercato inutilmente lungo tutto corso Vittorio
Emanuele II, giungemmo nei pressi del “Museo Civico”
e, in un’edicola, notammo una locandina che proponeva
due appartamenti da fittare in zona.
Accompagnati dal giornalaio li vedemmo entrambi e
scegliemmo quello sito in via Eleonora Fonseca ampio e
luminoso, con tre camere da letto, un bel cucinino, un
confortevole soggiorno ed un ingresso così arioso che ci
conquistò.
La proprietaria della casa era una professoressa di
filosofia a cui telefonai per chiedere un appuntamento e
definire il prezzo ed il contratto di locazione.
L’edicolante ci aveva detto che la signora era una donna
dal carattere difficile, scostante e che, durante la
settimana, aveva rifiutato di fittare l’appartamento a ben
quattro famiglie solo perché non avevano suscitato la sua
simpatia.
Papà ed io ci recammo all’appuntamento un po’ timorosi,
ma la signora ci accolse sorridendo e con serietà ed
efficienza stilò il contratto fissandone un canone equo.
Quando la salutammo soddisfatti, lei porse le chiavi
dell’appartamento a mio padre dicendo:”Ringrazi sua
figlia se in così breve tempo abbiamo concluso il nostro
contratto; già da quando mi ha telefonato sono stata
positivamente colpita dal timbro della sua voce e dal
garbo con cui si è presentata, sensazione che mi si è
confermata conoscendola di persona”.
Io ero arrossita, sorpresa da quel complimento
inaspettato e papà sorrise orgoglioso.
Quando fummo soli commentò:”Oggi abbiamo
conosciuto una persona per bene che deve aver subìto
recentemente qualche grave torto e che, perciò, non si
fida se non di se stessa, delle sue sensazioni!”
La signora abitava in una bella casa che si affacciava sul
parco della Reggia di Capodimonte ed io invitai papà a
dare uno sguardo a questa meraviglia di Napoli.
La reggia, purtroppo, era chiusa al pubblico per lavori di
restauro ma potemmo ammirare i bellissimi prati
all’inglese dell’ampio giardino prospiciente la
costruzione, abbellito da varie statue marmoree e ci
inoltrammo nel vialone centrale di cui non si poteva
scorgere la fine tanto era lungo e verdeggiante.
Statue, panchine di pietra martellata e piante rigogliose
di ogni genere rendevano il vialone superbo e
confortevole.
Ad un incrocio con altri piccoli viali che collegavano il
vialone centrale con quelli laterali, un’ampia aiuola
circolare accoglieva un’imponente pianta di magnolia; il
suo tronco era così grande che neanche in due riuscimmo
ad abbracciarlo e la sua chioma, formata da foglie di
colore verde intenso e cerose, si stagliava maestosa e
desiderosa di sole nel luminoso cielo di Napoli.
Papà era ammirato da tanta lussureggiante vegetazione e
dalla cura prodigata a quello sconfinato parco e si
rammaricò che mamma non fosse presente; lei, che
amava e curava le piante come creature viventi, sarebbe
stata felice e si propose che l’avrebbe accompagnata a
visitare quel bellissimo ambiente appena possibile.
Tornammo a rivedere l’appartamento per sentirlo ormai
“casa nostra” e già progettammo l’arredamento.
Era veramente un’abitazione confortevole, ampia e piena
di luce; si affacciava sulla piazzetta immortalata in uno
degli episodi del celeberrimo film di De Sica “L’oro di
Napoli” e presentava un suggestivo scorcio di vita
napoletana.
Nella piccola piazza il traffico era limitato e lasciava
spazio a bambini e ragazzi che si divertivano
gioiosamente sotto lo sguardo attento delle madri che
fuori delle loro case sedevano a lavorare chiacchierando
alacremente tra loro e, di tanto in tanto, richiamavano i
figli che si allontanavano un po’ troppo; tutto ciò
sembrava ricreare l’atmosfera semplice e naturale del
nostro paese natio.
Dalla finestra dell’ingresso guardavamo compiaciuti e
divertiti il fervore della piazzetta allorchè sopraggiunse
una donna minuta e gioviale che agitava rumorosamente
un contenitore di vimini chiamando a gran voce:”Chi
vuole giocare alla “riffa”? Venite, venite che oggi ho tanti
numeri fortunati! Giocate, giocate alla riffa!”
Un nugolo di persone di ogni età circondò il simpatico
personaggio, chi solo per curiosità chi per tentare
veramente la fortuna.
Era un concentrato di vitalità, uno spettacolo che solo
Napoli può offrire: in questa atmosfera ci piacque
diventare napoletani.
Nel gennaio successivo la mia famiglia si trasferì a
Napoli e papà prese servizio, come agente postale,
nell’ufficio situato nella galleria Umberto I, di fronte al
teatro S. Carlo, un angolo stupendo di Napoli e papà ne
fu entusiasta.
Rincasando dal suo primo giorno di lavoro, papà non era
in sé dalla gioia: “Marì”- diceva rivolto a mia madre
-“oggi più che andare a lavoro mi è sembrato di
partecipare ad una piacevole gita.
Sapessi quanto è bello il luogo dove è posto il mio
ufficio!
Non so come spiegartelo; è il punto d’incrocio di quattro
strade trasformato in un elegante salotto pubblico
sormontato da un tetto ricurvo formato da
un’impalcatura di ferro e vetro decorato.
Il pavimento è tutto un mosaico di marmo lucidissimo
che riproduce le figure dei segni zodiacali”.
Mamma sorrideva compiaciuta dell’eccitazione di mio
padre che glielo riportava fanciullo emozionato.
Papà continuava nel suo racconto sfogliando alcuni
opuscoli regalatigli dal suo direttore e si affannava a
mostrarle le varie statue , colonne e decori della “sua”
galleria.
Mamma, sorridente, replicava: “Dai, non sforzarti tanto a
spiegarmi questa meraviglia, portami piuttosto a
visitarla!”
“Certo, domenica andremo insieme ad ammirarla,
intanto leggiamo le notizie più importanti su questi
opuscoli così non appariremo dei provinciali sprovveduti
ed ignoranti”.
Era piacevole assistere ai loro dialoghi e cogliere
l’entusiasmo che li animava in questa loro esperienza di
vita.
Sebbene le sue nuove mansioni fossero diverse da quelle
a cui era abituato papà, da gran lavoratore che era, in
breve tempo fu apprezzato dal direttore e dai colleghi.
Fui stupita ed ammirata dalla capacità dei miei genitori
di adattarsi alle nuove condizioni, del loro entusiasmo
per le piccole cose di ogni giorno, della loro gioia di
vivere e di affrontare nuove esperienze.
Mamma non si accontentava di fare la spesa nei
negozietti sotto casa, pian piano scopriva nuovi mercatini
e portava a casa prodotti sempre migliori ed a prezzo più
conveniente. Quando voleva cucinare del pesce, insieme
a papà, andava di prima mattina a Porta Capuana dove i
pescatori portano il pesce appena pescato e si inventava
ricette nuove per soddisfare il suo estro di ottima cuoca
ed il nostro esigente palato.
Spesso i miei genitori uscivano insieme a fare compere o
a conoscere la città e rientravano sempre contenti ed
appagati delle nuove scoperte.
Papà, sorridendo compiaciuto, affermava di essere
cresciuto ancora un po’ ed affrontava la vita con
contagioso ottimismo.

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