”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

01-capitolo primo


CAP. 1°      Tempismo sorprendente

“Seppi che tu eri nata mentre, sul molo  del porto di Bari, ero pronto ormai a salpare per  l’Africa  insieme a tanti  commilitoni, che  non  avrebbero  più rivisto le loro  famiglie; un ufficiale mi comunicò che ero papà per la quarta volta e che, perciò, per la nota legge di Mussolini, potevo tornare a casa”.
Mio  padre  si commuoveva  sempre  quando   raccontava  questa  sua  esperienza: sarebbe bastato che venissi alla luce un giorno dopo e non avrei mai conosciuto il mio papà!
Ma egli è tornato ed io ho avuto il privilegio di crescere al suo fianco.
Da piccola ero la sua ombra, mi aveva sempre tra i piedi perché lavorava  in casa a confezionare e vendere calzature che comprava a Napoli.
Aveva perso il papà giovanissimo e, come primo figlio maschio, sentiva l’onere di sostenere economicamente la famiglia col suo lavoro ed, a soli quattordici anni, aprì bottega dopo aver appreso il mestiere a Benevento.
Era  capace  ed  apprezzato  per cui aveva clienti di tutte le fasce sociali: ricordo  che i  carabinieri gli ordinavano gli stivali di capretto morbido e  le signore gli affidavano  fiduciose  le loro  scarpette  dai sottili  tacchi a  spillo allora di gran moda.
Vivevamo a Panni, un piccolo paese del subappennino dauno in provincia di Foggia ad 801 m. di altitudine, che ha origini molto antiche e deriva il suo nome dal dio Pan ed è stato fondato da pastori che fissarono nel suo territorio la loro prima stabile dimora. Le case si arrampicavano sulle pendici del monte Sario con la stessa  dinamica allegria dei ragazzi che, lungo il corso principale fatto a scale, si  divertivano a rincorrersi a perdifiato sui lucidi ciottoli che artisticamente lo lastricavano.
Sembravano animate tutte dal desiderio di raggiungerne la vetta dove era ad attenderle il Castello, l’antico rudere di una torre di  avvistamento, che era il simbolo stesso del paese; nell’immaginario collettivo locale  aveva assunto il valore di un tenero padre che protegge e consola, diverte  ed incoraggia i suoi visitatori.
Sostenuto da uno zoccolo di roccia, le “murge”, con una fenditura, la “spaccazza” provocata da un antico terremoto   e circondato,  come  da  un  grande  fossato,  da  un  circuito  ovale, la  “passeggiata”, rappresenta ancor oggi il punto d’incontro di tutti i pannesi.
E’ il luogo dove si passa il tempo libero, sulle cui panchine, una volta di pietra martellata, nascono le prime simpatie, le amicizie giovanili, i teneri  amori adolescenziali; ove scoccano i primi timidi baci, le tenerezze più  pure.
Ed il Castello è lì, sornione, un po’ guardone, a sorridere dell’imbarazzo, dell’ingenuità, a brontolare per la malizia o la cattiveria di qualcuno, a  sostenere chi si sente triste ed  amareggiato, ad  infondere  coraggio ai  dubbiosi, a consolare, con la sua luce dorata, i momenti bui della vita dei  suoi compaesani.
In quegli  anni a Panni  avevamo  un  portalettere  donna:  zia  Assunta  Montecalvo  ( la chiamavamo “ zia”  per  rispetto  non per  parentela), che  stimava molto mio padre e, poiché era ormai prossima alla pensione, gli  propose di  far  pratica con  lei  per  prendere  il  suo  posto  al  momento  opportuno.
Mio padre era indeciso ma mia madre, con la sua lungimirante praticità  lo risollevò: “Che ti costa fare la prova? Se non ti piace, il tuo negozio è  sempre qua!”
Con  la  serietà  che  gli  era naturale  mio padre  intraprese la sua  nuova attività senza lasciare la precedente e, per mantenere fede ai suoi impegni, lavorava al suo desco anche di notte.
Zia  Assunta  era  entusiasta  di  mio  padre  tanto che affermava di poter lasciare, ormai a cuor leggero, il suo lavoro perché aveva trovato un  degno sostituto.
Io ero forse la più risentita: il mio papà non era più sempre con me!
Il  nuovo  lavoro  piaceva  a  mio  padre  ma  era  molto  impegnativo  e  pesante: allora si scriveva molto e, dall’America, arrivavano tanti pacchi; inoltre papà, durante gli anni appena seguenti la guerra, era costretto a portare, a piedi, alla stazione che dista otto km dal paese, la posta in  partenza ed a  ritirare  quella  in  arrivo  compresi  i  pacchi.
Molti rischi corse in quel periodo; gente non certo onesta, attratta dalle  molte assicurate e dalle  lettere  americane  che  erano  quasi  sempre  imbottite di dollari, lo prendevano spesso di mira ma il suo passo veloce e  leggero aveva la meglio ed egli tornava a casa trafelato ma illeso.
Una  volta  se  la  vide  proprio  brutta:  era  inverno,  era  nevicato a lungo ed abbondantemente, ma la posta doveva partire lo stesso e mio padre, carico di un buon fardello economicamente parlando, si avviò verso la stazione.
Ben presto si  accorse  di  essere  seguito,  accelerò il  passo cercando di  distanziare  gli  inseguitori  ma i tre erano veloci quanto lui e, per evitare  l’aggressione, si lasciò scivolare sotto un ponticello e rimase fermo tra la  neve e l’acqua gelida.
Gli inseguitori passarono oltre e papà, quando si sentì sicuro, raggiunse la stazione in tempo per spedire la posta ma mezzo assiderato e con gli abiti  bagnati.
Batteva i denti e un amico, il signor Caccavella, lo vide e lo portò a casa sua; la moglie accese il fuoco, fece asciugare i vestiti di papà e gli  offrì del latte bollente col miele.
Papà  rimase  loro  riconoscente  per tutta  la vita: il medico che, tornato a  casa, lo visitò affermò, infatti, che il loro intervento gli aveva evitato una  pericolosa  polmonite ma gli rimase una bronchite ricorrente nella stagione invernale.
I  carabinieriche  stimavano  mio  padre e, saputa  la  sua  disavventura,  gli  diedero una pistola per autodifesa; da allora tutto  andò  meglio poichè la  cosa fu, ad arte, resa nota nel paese e intimorì i responsabili.
Di quegli anni ho un ricordo, il primo ricordo brutto della mia vita: avevo poco più di quattro anni allorché una mattina mi svegliai e mi ritrovai sola in casa; chiamai  mia  madre,  mio padre,  i miei  fratelli ma non ricevetti  risposta… L’angoscia scoppiò dentro di me; mi sentii come quei ragazzi  abbandonati nelle fiabe e incominciai a piangere.
Così  mi  trovarono,  quando  rientrarono, i  miei  dietro  la  porta  che,  inutilmente, avevo cercato di aprire.
Era inverno e, sebbene fossero intirizziti dal freddo, nessuno si avvicinò al fuoco che mamma aveva lasciato acceso; erano tutti intorno a me per consolarmi.
Mio padre mi prese in braccio; mi accarezzava, mi asciugava  le lacrime ma i miei singhiozzi non si calmavano.
Ricordo ancora la sua tenerezza, le parole gentili, le promesse che mi fece in  quei  momenti, le  canzoni che  mi  cantò e che, finalmente, mi fecero  riaddormentare.
Mi avevano lasciata sola, pensando che avrei continuato a dormire,  perché  erano arrivati una cinquantina di  pacchi e  papà  aveva  bisogno d’aiuto.
Quando arrivava un pacco era festa nella famiglia che lo riceveva, si avevano vestiti nuovi, cose belle che allora non si potevano neanche comprare (ammesso che se ne avesse avuto la disponibilità economica) ma  maggiormente, si sentiva l’affetto di chi lo spediva che scaldava il cuore e rendeva meno dura la lontananza.
Mio padre era tenero ma anche severo e, se prendeva una decisione, andava fino  in  fondo  anche  contro  la  sua  natura: ad otto anni ero una bambina abbastanza alta per la mia età ed avevo dei  bei capelli biondi ondulati che amavo tenere sciolti sulle spalle; erano il mio orgoglio ma papà mi vedeva disordinata e non sopportava le storie che facevo ogni mattina quando la mamma mi pettinava.
Un  giorno,  sfruttando  il  fatto  che  io  lo  seguivo  volentieri  sempre  e  dovunque, mi invitò ad andare con lui da Severino, il suo barbiere: io ero  felice, avrei giocato con la sedia girevole.
Il  mio  divertimento, però, durò  poco  perché  papà  disse al suo amico di  tagliare i “miei” capelli ed egli, incurante del mio pianto, me li tagliò alla “garçonne”: era una pettinatura allora in voga ma per me fu uno scempio, i miei bei capelli rimasero a terra e, quando crebbero, non furono più biondi.
Per una settimana non guardai mio padre, non gli rivolsi la parola neanche quando mi chiedeva scusa per la sua gratuita violenza.
Poi, pian piano, il nostro rapporto si ricompose in modo più maturo: non   gli saltellavo più attorno felice, il mio idolo si era incrinato, ma gli volevo   bene e sapevo di poter contare su di lui per ogni mia esigenza.

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