”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

LA MIA VITA CON PAPÀ


Copertina ” Gessetto ” del pittore Marco Mastrangelo
” Una vela verso l’infinito “

Ai miei genitori,
valido sostegno
della mia vita.



” LA MIA VITA CON PAPA’ ”
di
LUCIA MANUPPELLI MASTRANGELO
**.**
Cap.1 Tempismo sorprendente
*
“Seppi che tu eri nata mentre, sul molo del porto
di Bari, ero pronto ormai a salpare per l’Africa insieme a
tanti commilitoni, che non avrebbero più rivisto le loro
famiglie; un ufficiale mi comunicò che ero papà per la
quarta volta e che, perciò, per la nota legge di Mussolini,
potevo tornare a casa”.
Mio padre si commuoveva sempre quando raccontava
questa sua esperienza: sarebbe bastato che venissi alla
luce un giorno dopo e non avrei mai conosciuto il mio
papà!
Ma egli è tornato ed io ho avuto il privilegio di crescere al
suo fianco.
Da piccola ero la sua ombra, mi aveva sempre tra i piedi
perché lavorava in casa a confezionare e vendere
calzature che comprava, all’ingrosso, a Napoli.
Aveva perso il papà giovanissimo e, come primo figlio
maschio, sentiva l’onere di sostenere economicamente la
famiglia col suo lavoro ed, a soli quattordici anni, aprì
bottega dopo aver appreso il mestiere a Benevento. Era
capace ed apprezzato per cui aveva clienti di tutte le
fasce sociali: ricordo che i carabinieri gli ordinavano gli
stivali di capretto morbido e le signore gli affidavano
fiduciose le loro scarpette dai sottili tacchi a spillo
allora di gran moda.
Vivevamo a Panni, un piccolo paese del subappennino
dauno in provincia di Foggia ad 801 m. di altitudine, che
ha origini molto antiche e deriva il suo nome dal dio Pan
ed è stato fondato da pastori che fissarono nel suo
territorio la loro prima stabile dimora.
Le case si arrampicavano sulle pendici del monte Sario
con la stessa dinamica allegria dei ragazzi che, lungo il
corso principale fatto a scale, si divertivano a rincorrersi
a perdifiato sui lucidi ciottoli che artisticamente lo
lastricavano.
Sembravano animate tutte dal desiderio di raggiungerne
la vetta dove era ad attenderle il Castello, l’antico rudere
di una torre di avvistamento, che era il simbolo stesso
del paese; nel collettivo locale aveva assunto il valore di
un tenero padre che protegge e consola, diverte ed
incoraggia i suoi visitatori.
Sostenuto da uno zoccolo di roccia, le “murge”, con una
fenditura, la “spaccazza” provocata da un antico
terremoto e circondato, come da un grande fossato,
da un circuito ovale, la “passeggiata”, rappresenta
ancor oggi il punto d’incontro di tutti i pannesi.
E’ il luogo dove si passa il tempo libero, sulle cui
panchine, una volta di pietra martellata, nascono le prime
simpatie, le amicizie giovanili, i teneri amori
adolescenziali; ove scoccano i primi timidi baci, le
tenerezze più pure.
Ed il Castello è lì, sornione, un po’ guardone, a sorridere
dell’imbarazzo, dell’ingenuità, a brontolare per la malizia
o la cattiveria di qualcuno, a sostenere chi si sente triste
ed amareggiato, ad infondere coraggio ai dubbiosi, a
consolare, con la sua luce dorata, i momenti bui della vita
dei suoi compaesani.
In quegli anni a Panni avevamo un portalettere
donna: zia Assunta Montecalvo ( la chiamavamo “ zia”
per rispetto non per parentela), che stimava molto mio
padre e, poiché era ormai prossima alla pensione, gli
propose di far pratica con lei per prendere il suo
posto al momento opportuno.
Mio padre era indeciso ma mia madre, con la sua
lungimirante praticità lo risollevò: “Che ti costa fare la
prova? Se non ti piace, il tuo negozio è sempre qua!”
Con la serietà che gli era naturale mio padre
intraprese la sua nuova
attività senza lasciare la precedente e, per mantenere fede
ai suoi impegni, lavorava al suo desco anche di notte.
Zia Assunta era entusiasta di mio padre tanto che
affermava di poter lasciare, ormai a cuor leggero, il suo
lavoro perché aveva trovato un degno sostituto.
Io ero forse la più risentita: il mio papà non era più
sempre con me!
Il nuovo lavoro piaceva a mio padre ma era molto
impegnativo e
pesante: allora si scriveva molto e, dall’America,
arrivavano tanti pacchi; inoltre papà, durante gli anni
appena seguenti la guerra, era costretto a portare, a piedi,
alla stazione che dista otto km dal paese, la posta in
partenza ed a ritirare quella in arrivo compresi i
pacchi.
Molti rischi corse in quel periodo; gente non certo
onesta,attratta dalle molte assicurate e dalle lettere
americane che erano quasi sempre imbottite di dollari,
lo prendevano spesso di mira ma il suo passo veloce e
leggero aveva la meglio ed egli tornava a casa trafelato
ma illeso.
Una volta se la vide proprio brutta: era inverno, era
nevicato a lungo ed abbondantemente, ma la posta
doveva partire lo stesso e mio padre, carico di un buon
fardello economicamente parlando, si avviò verso la
stazione.
Ben presto si accorse di essere seguito, accelerò il
passo cercando di distanziare gli inseguitori ma i tre
erano veloci quanto lui e, per evitare l’aggressione, si
lasciò scivolare sotto un ponticello e rimase fermo tra la
neve e l’acqua gelida.
Gli inseguitori passarono oltre e papà, quando si sentì
sicuro, raggiunse la stazione in tempo per spedire la
posta ma mezzo assiderato e con gli abiti bagnati.
Batteva i denti e un amico, il signor Caccavella, lo vide e
lo portò a casa sua; la moglie accese il fuoco, fece
asciugare i vestiti di papà e gli offrì del latte bollente col
miele.
Papà rimase loro riconoscente per tutta la vita: il
medico che, tornato a casa, lo visitò affermò, infatti, che
il loro intervento gli aveva evitato una pericolosa
polmonite ma gli rimase una bronchite ricorrente nella
stagione invernale.
I carabinieri che stimavano mio padre, saputa la sua
disavventura, gli diedero una pistola per autodifesa e,
da allora, tutto andò meglio poichè la cosa fu, ad arte,
resa nota nel paese e intimorì i responsabili.
Di quegli anni ho un ricordo, il primo ricordo brutto
della mia vita: avevo poco più di quattro anni allorché
una mattina mi svegliai e mi ritrovai sola in casa; chiamai
mia madre, mio padre, i miei fratelli ma non ricevetti
risposta… L’angoscia scoppiò dentro di me; mi sentii
come quei ragazzi abbandonati nelle fiabe e incominciai
a piangere.
Così mi trovarono, quando rientrarono, i miei dietro
la porta che, inutilmente, avevo cercato di aprire.
Era inverno e, sebbene fossero intirizziti dal freddo,
nessuno si avvicinò al fuoco che mamma aveva lasciato
acceso; erano tutti intorno a me per consolarmi.
Mio padre mi prese in braccio; mi accarezzava, mi
asciugava le lacrime ma i miei singhiozzi non si
calmavano.
Ricordo ancora la sua tenerezza, le parole gentili, le
promesse che mi fece in quei momenti, le canzoni che
mi cantò e che, finalmente, mi fecero riaddormentare.
Mi avevano lasciata sola, pensando che avrei continuato
a dormire, perché erano arrivati una cinquantina di
pacchi e papà aveva bisogno d’aiuto. Quando arrivava
un pacco era festa nella famiglia che lo riceveva, si
avevano vestiti nuovi, cose belle che allora non si
potevano neanche comprare (ammesso che se ne avesse
avuto la disponibilità economica) ma maggiormente, si
sentiva l’affetto di chi lo spediva che scaldava il cuore e
rendeva meno dura la lontananza.
Mio padre era tenero ma anche severo e, se prendeva una
decisione, andava fino in fondo anche contro la sua
natura: ad otto anni ero una bambina abbastanza alta per
la mia età ed avevo dei bei capelli biondi ondulati che
amavo tenere sciolti sulle spalle; erano il mio orgoglio ma
papà mi vedeva disordinata e non sopportava le storie
che facevo ogni mattina quando la mamma mi pettinava.
Un giorno, sfruttando il fatto che io lo seguivo
volentieri sempre e dovunque, mi invitò ad andare con
lui da Severino, il suo barbiere, io ero felice: avrei giocato
con la sedia girevole.
Il mio divertimento, però, durò poco perché papà
disse al suo amico di tagliare i “miei” capelli ed egli,
incurante del mio pianto, me li tagliò alla “garçonne”: era
una pettinatura allora in voga ma per me fu uno scempio,
i miei bei capelli rimasero a terra e, quando crebbero, non
furono più biondi. Per una settimana non guardai mio
padre, non gli rivolsi la parola neanche quando mi
chiedeva scusa per la sua violenza.
Poi, pian piano, il nostro rapporto si ricompose in modo
più maturo: non gli saltellavo più attorno felice, il mio
idolo si era incrinato, ma gli volevo bene e sapevo di
poter contare su di lui per ogni mia esigenza.
*
Cap.2° Fanciullezza
*


*
La nostra casa era ubicata a metà del corso
principale, al numero civico 89 di corso Vittorio
Emanuele II, la stessa dove l’otto marzo del 1908, in una
luminosa domenica quasi primaverile, anche se alti
cumuli di neve occupavano ancora metà della strada,
era nato mio padre.
Era mezzogiorno, l’aria era allietata da un festoso suono
di campane e la gente che rincasava dopo aver
assistito alla santa messa, si fermava a condividere la
gioia di mia nonna, di cui porto il nome, per l’arrivo del
primo figlio maschio (dopo ben quattro bambine) che
chiamarono Erminio Amedeo Archimede in onore
dell’avo paterno, capostipite della famiglia Manuppelli a
Panni.
La nostra casa, come quasi tutte le abitazioni del lato
destro della strada, era a piano terra sul corso Vittorio
Emanuele II mentre si affacciava al primo piano sul corso
Garibaldi perché le due strade corrono parallele tra loro
ma su livelli diversi. Era molto luminosa, infatti ad est
prendeva il primo sole dal balcone prospiciente il corso
che ricorda “l’eroe dei due mondi”, ad ovest godeva dei
bei tramonti su corso Vittorio Emanuele II, mentre a sud
tre ampie finestre si aprivano su di una stradina senza
nome, fatta a scale, che collegava tra loro i due corsi ed
aveva, alla fine, un piccolo scivolo di pietra su cui noi
bambini della zona ci divertivamo a scivolare ed a
strappare i nostri vestitini quando riuscivamo ad eludere
la sorveglianza delle nostre mamme.
Il balcone della stanza da letto dei miei genitori era pieno
di piante: mia madre amava i fiori ed affermava: “Un
balcone senza fiori è triste come una giovane donna
vestita a lutto” ed inculcava in me la sua passione. Nella
zona notte dei miei fratelli c’era, invece, una finestra con
un ampio davanzale interno che io, nel mese di maggio,
addobbavo ad altare ed invitavo le mie amichette a
celebrare il mese mariano.
Al centro del davanzale ponevo una bella immagine della
protettrice del paese di Panni: La Madonna del Bosco,
così chiamata perché la tradizione vuole che una
pastorella scorse, su un grande cerro in una radura del
bosco che divide il territorio di Panni da quello di
Bovino, una bellissima Madonnina dal viso dolcissimo
col suo piccolo Gesù tra le braccia.
Nel luogo del ritrovamento fu edificata una piccola
chiesa con annesso un convento per i monaci ai quali era
affidata la cura della casa della Madonna che nei secoli
ha dimostrato, con vari eventi prodigiosi, la sua
benevolenza al popolo di Panni. Abitualmente la
Madonna del bosco dimora nella sua chiesetta nel bosco,
il 24 giugno di ogni anno, invece, viene prelevata in
processione ed occupa il posto d’onore nella chiesa
madre del nostro paese fino al 28 agosto, giorno in cui si
concludono le varie manifestazioni religiose e
solennemente si riporta nel bosco la nostra cara
protettrice.
In Suo onore imitavamo ciò che le ragazze grandi
facevano in chiesa: sceglievamo ogni giorno, a sorte, chi
di noi dovesse donare dei fiori alla Madonna del Bosco e
ci riunivamo a pregare e scrivere fioretti e pensierini
religiosi. Eravamo contente e facevamo a gara a portare i
fiori più belli al piccolo altare improvvisato rafforzando
la nostra amicizia e crescendo in modo semplice e
naturale.
Nella prima stanza della mia casa, a sinistra della porta
d’ingresso, c’era l’angolo cucina con l’ampio focolare
sovrastato da una doppia finestra che spandeva nel
vicinato il profumo delle varie pietanze che mamma,
ottima cuoca, preparava.
Ricordo che la nostra vicina di casa, cara amica di mia
madre, Michelina Cappelluzzi a volte, vinta dall’odore,
veniva a casa con una fetta di pane in mano a chiedere di
assaggiare il ragù che le faceva “ascì lu iát” (venire
l’acquolina in bocca).
Di fronte al focolare troneggiava il desco di papà intorno
al quale egli, anche quando divenne portalettere, riuniva
molti giovani desiderosi di apprendere il suo mestiere.
Vicino a quel desco imparai a leggere perché papà, tutte
le sere, voleva sentire quello che avevo fatto a scuola:
io leggevo per lui ed il picchiare del suo martello
faceva da sottofondo alla mia voce e, quando sbagliavo,
rimaneva col martello in alto fintanto che non
pronunciavo correttamente.
Per me era una sfida e cercavo sempre più di non
interrompere il ritmico suono del suo lavoro. Mio padre
apprezzava i miei sforzi e mi sosteneva con elogi e
qualche confetto o caramella che non gli mancavano mai.
Papà amava leggere, era un piacere ascoltarlo: leggeva
con chiarezza ed espressione e coinvolgeva noi figli
nelle lunghe serate invernali davanti al caminetto
scoppiettante.
A casa si andava a letto tardi, i miei genitori non avevano
stabilita un’ora fissa, stavamo troppo bene tutti insieme
per interrompere i nostri piacevoli intrattenimenti; mia
madre preparava mille golosità sulla brace o sotto la
cenere e mio padre leggeva libri come: “I cavalieri della
tavola rotonda”, “Il ponte dei sospiri”, “Il conte di
Montecristo” o “Il tulipano nero” per ricordarne solo
alcuni che Angelina Cappiello, fornita di una ricca
biblioteca privata, gli prestava.
Spesso ci riuniva per insegnarci a giocare a carte
perché asseriva che questi giochi stimolano la memoria,
l’intelligenza e l’autocontrollo.
Da lui ho appreso lo “scopone scientifico”, “la stoppa”e
“il tresette” oltre a vari tipi di solitari. Vincere era
elettrizzante anche perché papà metteva in palio,
sempre, un piccolo regalo.
Altre serate si trascorrevano a suon di musica: papà
aveva un’apprezzabile cultura musicale, suonava bene
sia il mandolino che la chitarra e, con altri
tre amici aveva formato un concertino alquanto
apprezzato in zona e molte volte erano chiamati a
rallegrare matrimoni o feste private.
Sfruttando le sue capacità musicali e la calda voce di
mia cugina Anna organizzava qualche ora di allegria;
erano riunioni semplici, senza pretese, ma sicuramente
piacevoli e vissute con intensità.
Era un grande organizzatore, con niente sapeva
renderci felici e si sentiva importante quando riusciva a
procurarci il meglio.
Ricordo, frequentavo la terza elementare, quando una
domenica sera, d’inverno, papà arrivò a casa raggiante:
aveva giocato con il suo capufficio don Rocco Trombetta
una schedina alla SISAL ed avevano fatto 12. Non era una
grande vincita ma egli voleva che restasse un ricordo
piacevole e diventasse qualcosa di utile per tutta la
famiglia.
Per alcuni giorni fece il misterioso: voleva farci una
sorpresa e teneva per sé tutti i preparativi.
Una settimana dopo, tornando a casa da scuola, trovai il
nostro piccolo bagno invaso da elettricista, idraulico ed
una moltitudine di tubi: papà aveva usato la sua vincita
per installare l’acqua calda corrente ed offrirci la
possibilità di farci comodamente la doccia
Fu una grande festa in famiglia, allora in poche case c’era
l’acqua corrente e bisognava attingerla alle varie
fontanelle pubbliche del paese, figurarsi l’acqua calda.
Papà aveva avuto un’idea fantastica!
La più felice fu mia madre che, finalmente, poteva
mettere a riposo conche e tinozze che il sabato sera
invadevano la sua cucina.
Così come egli si dava da fare per noi, papà
pretendeva che noi rispondessimo ai suoi desideri: non
amava perdersi in chiacchiere inutili, a lui bastava uno
sguardo per farsi capire; se qualcosa non gli piaceva i
suoi occhi si socchiudevano ed il sorriso gli spariva dal
viso; le cose le diceva una sola volta con convinzione e
voleva essere ubbidito.
Non sopportava le volgarità specie in bocca alle ragazze:
l’unico schiaffo da mio padre, lo ricordo ancora come
fosse oggi, lo ebbi a dieci anni solamente perché avevo
osato dire “Me ne frego”.
Pensandoci ora c’è da ridere, con tutte le brutture che
fioriscono sulle labbra dei nostri giovani, ma egli
asseriva che la base della vita è la “finezza”, l’armonia di
tutte le virtù nel comportamento quotidiano e la
esigeva da me come cosa naturale.
“ I piccoli atti gentili di ogni giorno – diceva – anche
se, a volte, sembrano passare inosservati, appagano lo
spirito e, se vengono a mancare, si cercano come
elemento vitale”.
Tante volte ho sperimentato sulla mia pelle la
veridicità delle sue convinzioni maturando un’acuta
sensibilità per le piccole ma importanti gentilezze della
vita quotidiana.
Mio padre era molto attento anche al suo abbigliamento:
spesso mia madre lo canzonava perché da giovane
portava le ghette ed il bastoncino di canna di bambù di
moda in quel periodo.
Egli non se la prendeva, anzi sorrideva compiaciuto e si
diceva convinto di aver fatto colpo su di lei anche per
questo.
Non si accontentava di quel poco che offriva il paese ed
ordinava direttamente alla fabbrica “Ermenegildo
Zegna” le stoffe più belle per gli abiti suoi e della
famiglia.
Portava a casa il catalogo, solennemente lo poggiava
sul tavolo e ci chiamava perché lo aiutassimo a
scegliere: era una festa, ognuno diceva la sua, ognuno si
sentiva importante,determinante nella scelta ed in
ognuno di noi si radicava la convinzione che il curare il
proprio aspetto esteriore è indice d’amore e di rispetto
per te stesso e per chi ti vive accanto.
*

Cap.3° Incontro importante

Tutta questa palestra di vita fu il bagaglio a cui
attingere quando, a undici anni, lasciai Panni per
Foggia e, per continuare gli studi, dovetti affrontare la
vita senza il sostegno dei miei genitori.
Sentivo oltremisura il distacco dal mio paesello dove era
tutto semplice e facile per me; mi mancavano le mie
compagne di scuola e di giochi, le nostre gare con la
corda per saltare, le corse lungo le liste dell’acciottolato di
corso Vittorio Emanuele II, le gioiose passeggiate al
Castello e le Murge dove giocavamo a nascondino e ci
sentivamo grandi e libere in quanto trasgredivamo
l’ordine dei genitori di non salirci perché pericolose.
Era una sfida, salivamo non per le normali scale ma per
una ripida inerpicata da capre all’altezza della
fontanella: la più brava era chi riusciva a salirci con meno
tentativi e nel più breve tempo possibile.
Arrivare alla “spaccazza” era il nostro limite; più in là
non osavamo spingerci, troppo grande era la paura di
poter precipitare nel baratro o di incontrare “lu
scazzmatiedd”, il piccolo gnomo porta-fortuna, che la
leggenda locale voleva lo abitasse ed a cui si riconosceva
la facoltà di esaudire ogni desiderio alla persona che
riusciva a strappargli il cappello ed a scuotere il sonaglio
che ne ornava la punta.
Al mio paese ero libera di andare ovunque, tutti mi
conoscevano ed io mi sentivo sicura e protetta.
A Foggia, invece, avvertivo il distacco, la freddezza della
gente: ognuno andava per la sua strada senza salutare,
senza sorridere agli altri che incontrava.
Questo, allora, per me era incomprensibile e ne soffrivo.
C’erano mia sorella ed i miei fratelli che cercavano, in
ogni modo, di alleviare la mia lontananza da casa;
non mi lasciavano mai sola eleggendomi a mascotte
della loro comitiva e, quando la nostalgia diveniva
insopportabile, mi prendevano bonariamente in giro
cantandomi “Vola, vola lu cardill”.
Furono anni duri: non riuscivo a crearmi amicizie a
Foggia e quelle di Panni non le ritrovavo più tornando
così raramente.
Gli unici giorni belli erano le domeniche in cui i nostri
genitori venivano a trovarci: per me era festa, mamma ci
preparava tante cose buone da mangiare e papà sapeva
creare l’atmosfera di casa, calda e gioiosa.
Nel secondo anno della mia lontananza da Panni perdetti
nonna Saveria, la mia nonna materna, che amavo e da
cui ero amata teneramente.
Il suo affetto sincero e senza fronzoli, le impagabili fiabe
che raccontava e che, per sfida, voleva che io concludessi
con la mia fantasia, la sua viva disponibilità ad ogni mio
desiderio erano una rinuncia troppo grande per la mia
sensibilità di bambina: perdevo con lei il mondo della
mia infanzia in cui rifugiarmi quando ero triste e Foggia
e la scuola mi apparivano un luogo ostile, inospitale.
Nel frattempo crescevo e lo leggevo negli sguardi di
apprezzamento degli amici dei miei fratelli più che nel
minuscolo specchio che avevamo nelle case disadorne
prese in fitto.
Un giorno, eravamo ritornati a Panni per le vacanze
estive, raccontavo a mia sorella Lina che un ragazzo mi
aveva fermata per strada (allora era cosa normale e
ricorrente) per farmi una dichiarazione d’amore, la mia
prima esperienza del genere e mia sorella , incuriosita ,
mi chiese: “E tu cosa hai fatto?”. “Sono scappata” risposi
candidamente.
Non sapevo che papà stesse nella stanza da letto, ma egli
aveva seguito il mio racconto, uscì e, con estrema
calma, mi disse che il mio comportamento era stato da
persona sciocca:”Si scappa da chi si comporta male non
da chi ti si avvicina con garbo e gentilezza.”
Ero diventata donna anche ai suoi occhi ed io mi
adeguai al suo insegnamento.
Trascorrevano così, in uno stato di diffuso malessere, gli
anni delle scuole medie inferiori: cercavo di fare del mio
meglio ma non ero appagata.
Avevo appena sostenuto gli esami di terza media e
ritornavo a Panni con mio fratello Costanzo quando,
scendendo dal treno nella piccola stazione, incontrammo
l’insegnante don Mario De Cotiis con suo nipote
Pino Mastrangelo di un anno più grande di me, elegante
e cordiale.
Aspettando il pullman tra don Mario e mio fratello,
diplomatosi da poco, si istaurò uno scambio di idee fitto
fitto e sull’autobus occuparono lo stesso sedile per
continuare la loro conversazione.
Pino ed io li imitammo, ci sedemmo insieme e
prendemmo a raccontarci le nostre esperienze scolastiche
con semplicità e simpatia.
Era ospite degli zii per trascorrere a Panni un breve
periodo di vacanza ed essendo amico di mio fratello
Donato spesso veniva a casa.
Un giorno avevo colto delle rose e le stavo sistemando
nel portafiori allorché entrò Pino ed ammirò tanto i miei
fiori che mi sembrò naturale offrirgli un bocciolo che,
spavaldamente, infilò nel bavero della sua giacca beige.
Divenne una consuetudine: tutte le volte che veniva a
chiamare Donato io gli donavo, senza alcuna malizia, un
fiore.
Una mattina gli avevo regalato un bel bocciolo di rosa tea
e mi ero seduta sulla soglia di casa a lavorare
all’uncinetto quando, verso mezzogiorno, una bella
ragazza mi salutò allegramente: aveva in mano il
bocciolo che io avevo donato a Pino.
Ci rimasi male, tanto male e, senza dire una sola parola,
abbandonai la consuetudine di offrirgli un fiore.
Per due giorni Pino non mostrò alcuna reazione al
cambiamento ma il terzo giorno, mio fratello si stava
ancora preparando per uscire, mi chiese il perché non gli
donassi più un fiore.
“Non mi va che un mio dono sia poi da te regalato ad
altre persone” fu la mia schietta risposta.
Per un attimo si sentì a disagio “E’ vero, è una mancanza
di riguardo.
Non ci avevo pensato!” disse e poi aggiunse: “Non
avverrà più, ti prego mi manca la tua gentilezza!”.
Le sue parole, ma ancor più il tono con cui le pronunciò,
mi indussero a riprendere la mia consuetudine e ne
provavo una grande gioia, una dolcezza profonda.
Sentivo per la prima volta di essere importante per una
persona non della mia famiglia; quel bocciolo di rosa mi
aveva svelato un sentimento mai provato, a cui non
sapevo dare ancora un significato ben definito ma che mi
avvolgeva totalmente e mi trasportava, con delicatezza,
in un mondo incantato, di sogno.
In autunno, insieme a mia sorella ed i miei fratelli,
ritornai a Foggia: ero iscritta al 1° anno di Magistrale e
frequentavo una classe mista, alquanto eterogenea; alcuni
compagni erano pendolari, solo due, Elodia e Franca,
abitavano nei pressi di casa mia e con loro,
particolarmente con Elodia Monaco, si istaurò un
rapporto d’intesa.
Insieme si tornava da scuola, a volte si studiava o si
frequentava la parrocchia di San Michele.
Anche Pino veniva spesso a trovarci, qualche volta (era
iscritto al 1° liceo classico) mi dava una mano in latino
e la gioia di frequentarci diventava sempre più intensa.
Quando veniva a trovarci, sentivo che lo faceva più per
me che per i miei fratelli; le sue attenzioni erano nei miei
riguardi e , piano piano, espresse apertamente le sue
intenzioni con dei bigliettini che mi consegnava di
nascosto o mi faceva recapitare da amici comuni.
Quei bigliettini erano il nostro segreto, io li portavo
sempre con me ma non osavo rispondergli: avevo
bisogno di essere certa del mio e del suo sentire.
Cercavo di analizzare ciò che provavo quando veniva a
trovarci, l’ansia che mi assaliva se non arrivava,
l’emozione che invadeva il mio cuore nel vederlo e la
gioia che mi procurava un suo sorriso o la sua vicinanza.
Stando lontano dai miei genitori mi mancava il loro
affetto per cui avvertivo in me un vuoto che volevo
riempire, un disagio che volevo superare e, quando
sentii che Pino nutriva per me un sentimento sincero,
capii che un nuovo idolo era entrato nella mia vita e
ripresi ad essere felice.
Avevo quattordici anni ed avevo fatto la mia scelta: quel
ragazzo rappresentava il sogno della mia adolescenza,
la speranza del mio futuro, avrei voluto realizzare con lui
il mio progetto di vita, formare insieme una famiglia
armoniosa fondata sull’amore reciproco.
Papà intuì il mio sentimento, era la conseguenza dei
suoi insegnamenti e ne ebbe quasi paura: ero troppo
giovane.
Nessuno gliene aveva parlato ma la nostra amicizia
fatta d’intesa, di esclusività, di tenerezze, di sguardi
furtivi, di dolce incanto, non poteva passare
inosservata al suo sguardo attento e premuroso.
Cordiale e disponibile nel rapporto umano, papà
infondeva fiducia in tutti coloro che lo conoscevano,
aveva un sorriso dolce, accattivante ed un gran pregio:
sapeva ascoltare.
Sempre gentile, svolgeva il suo lavoro con grande
professionalità.
Ricordo che, specie d’estate, quando tante famiglie di
emigrati pannesi ritornavano in vacanza al paesello,
molte ragazze si raccomandavano a mio padre perché
le lettere dei loro fidanzati non finissero nelle mani dei
genitori: mio padre sorrideva, complice e disponibile,
divenendo vivente casella postale per la nutrita e bella
gioventù che popolava Panni.
Quando arrivò anche per me il tempo di ricevere missive
amorose da parte di Pino, non avendo la possibilità di
rivolgermi con disinvoltura al portalettere “discreto”, le
facevo indirizzare a casa di un’amica , ma non era
possibile imbrogliare chi aveva tanta esperienza: mi er
grato di non metterlo in palese difficoltà ma, appena
arrivava una lettera per me, passando mi
diceva:“Lucia, c’è una lettera per Santina, gliela porgi
tu?!” Capiva tutto e stava al mio gioco con dignità e
rispetto.
Leggevo nei suoi occhi l’ansia del suo paterno affetto e
cercavo di non creargli inutili preoccupazioni vivendo
con semplicità e responsabilità la mia nuova esperienza.
Era bello ed emozionante ritornare a casa, mano nella
mano, con Pino, conoscere ed apprezzare la città di
Foggia con la sua storia oppure imparare a giocare a
dama o a scacchi quando veniva a trovarci.
Guardarci negli occhi ci era sufficiente per capire ciò che
sentivamo, per sentirci appagati e felici.
Era un amore fanciullo e, come tale, cercava dolcezza e
tenerezza, si nutriva di gentilezze e delicatezze.
Il nostro amore viveva come in un mondo di fiaba, era
quasi impalpabile, irreale ma vivo e palpitante,
irrinunciabile per entrambi.
*
Cap.4° Amore e contrasti

L’anno successivo la mia classe fu smembrata:
ancora una volta nuove compagne, ancora una volta mi
sentivo spaesata e smarrita.
Fu un anno problematico: in autunno, un sabato triste e
senza sole, mio fratello Donato, che si era diplomato
come tecnico specializzato, non trovando lavoro decise
di accettare l’invito di alcuni suoi amici che si erano
trasferiti a Torino e partì per la città piemontese in cerca
di una sistemazione economica.
Io ero molto legata a questo mio fratello sempre allegro,
con cui era difficile annoiarsi e che riusciva a risolvere a
suo vantaggio ogni situazione con la sua parlantina
convincente, gioviale e la sua partenza mi turbò molto:
era una parte della mia famiglia che spariva e vedevo il
suo allontanarsi, così all’avventura, come l’esporsi
volontariamente ad un grave pericolo.
Anche la mia frequenza a scuola non era costante a causa
di una ricorrente tonsillite che mi causava febbre
altissima tanto che il medico, a metà anno scolastico,
impose l’intervento.
Fui ricoverata alla clinica “Villa Brodetti” dove rischiai la
morte per un’emorragia interna, tardivamente scoperta e
solo per merito di mio cugino l’avvocato Costanzo De
Michele che, venuto a farmi visita ed accortosi che ero
collassata, mise in subbuglio la clinica costringendo un
medico a lasciare la sala operatoria per soccorrermi.
“La vita – diceva mio padre – rende sempre il bene che
fai e quando meno te lo aspetti! “ e questo
avvenimento veniva a confermare le sue convinzioni.
Mio cugino, da ragazzo, era ospite di un collegio a
Fontana Rosa per studiare, ma si ammalò, forse di una
febbre tifoide che, letteralmente, lo consumava.
Il fratello Gigino che studiava nello stesso istituto, riuscì
ad avvertire la mamma, la sorella maggiore di mio
padre che lo aveva ospitato a Benevento per imparare il
suo mestiere ed a cui papà era legato da profondo affetto.
Zia Filomena era rimasta vedova e gestiva a Panni una
rivendita di sale e tabacchi per assicurare ai suoi figli un
futuro sereno e, saputa la notizia, era disperata.
Ella aveva perduto, caduto in guerra, il suo primo figlio
Francesco, da tutti chiamato Ciccillo, un bellissimo
ragazzo, molto stimato nel paese anche perché era il
maestro più giovane d’Italia; ora l’idea di una possibile
nuova tragedia l’annientava prima ancora che accadesse.
Mio padre prese in mano la situazione e partì
promettendo alla sorella che le avrebbe riportato il figlio.
Le cure in collegio non erano adeguate alla gravità del
caso e papà lo capì dallo stato di abbandono in cui trovò
il nipote: senza perdere tempo ed incurante delle
proteste del direttore del collegio, strappò la misera
coperta dal lettino e con il ragazzo in braccio raggiunse,
di notte ed a piedi, la stazione che distava circa 4
chilometri dall’istituto.
Fu un viaggio interminabile per papà; il ragazzo aveva
febbre molto alta ed egli temeva di non raggiungere
Panni in tempo per poter dare aiuto al nipote tanto
debilitato: per fortuna, tutto andò bene.
A Panni Costanzo, opportunamente curato da zio
Raffaele Manuppelli e sostenuto dalle affettuose
sollecitudini della mamma, si ristabilì in breve tempo tra
la gioia di tutti i parenti.
Ora la vita, come diceva papà, pareggiava i conti ed
aveva scelto proprio mio cugino Costanzo per strapparmi
alla morte, quasi a ringraziare mio padre del bene a suo
tempo ricevuto.
La mia convalescenza fu lunga ed i miei studi ne
risentirono per cui fui rimandata a settembre in
matematica, chimica e filosofia.
Nella sessione autunnale, sebbene mi fossi impegnata
tutta l’estate ad approfondire gli argomenti non assimilati
durante l’anno scolastico, i professori non ritennero
sufficiente la mia preparazione e dovetti ripetere il
secondo anno del mio corso di studi.
Ero amareggiata, ma allorché chiamarono l’appello della
nuova classe alla quale ero stata assegnata, incontrai lo
sguardo di una compagna che mi sorrise con gentilezza,
io ricambiai il sorriso; con simpatia ci sedemmo allo
stesso banco e subito divenimmo amiche.
Era Rosa Maria Paparesta la mia prima vera amica di
Foggia, una ragazza molto carina, aperta ed ovviamente
di un anno più piccola di me; alta e delicata non amava
molto il cibo ( mangiava poco e malvolentieri) e la
mamma, la signora Bianca, se ne faceva un cruccio
costante.
Abitavamo agli antipodi della città ma tanto era il piacere
di poter studiare insieme che non mi pesava
minimamente raggiungere corso del Mezzogiorno
dalla mia casetta di via F. Crispi.
Andavo io da lei perché la sua casa era accogliente e
spaziosa mentre io ed i miei fratelli occupavamo un
monolocale con poche comodità.
La gioia più bella per me fu la simpatia con cui mi accolse
la signora Bianca sin dal primo giorno della nostra
conoscenza: era attenta e premurosa con sua figlia e,
spontaneamente, lo divenne anche con me.
Sentivo con loro il tepore della famiglia che mi mancava:
tutti mi volevano bene, la sorellina Giovanna e Pino il
più piccolo che gironzolava intorno a noi curioso e
ciarliero; anche il papà, il signor Luigi, un uomo
imponente, robusto, con le spalle ampie che contrastava
con la moglie minuta ed esile, mi mostrava simpatia e
non gli pesava, quando studiando facevamo tardi,
l’accompagnarmi a casa, lo faceva volentieri anche se si
portava a piedi la sua inseparabile bicicletta; pure zia
Maria, la sorella della signora Bianca, donna severa ed
austera che viveva con loro, non manifestò mai nei miei
riguardi atteggiamenti di rifiuto.
Ero contenta di questa amicizia a 360° ed anche nella
nuova classe mi inserii positivamente con disinvoltura.
La mia amica era fidanzata con l’attuale marito Mimmo
Castriotta e, quando conobbero Pino, mostrarono
simpatia reciproca con mia grande gioia: non uscivamo
insieme ma eravamo molto legati affettivamente.
In tre anni il mio amore giovane era cresciuto come un
rigoglioso virgulto e si era fortificato in un’atmosfera
serena diventando ogni giorno più importante, vitale
poi…
… poi arrivò la tempesta: la partenza di Pino per
l’università e la strana opposizione, l’inspiegabile,
tardiva avversione dei suoi genitori nei miei riguardi.
Il nostro amore continuava ma bisognava
nasconderci, perdeva quella spontaneità che l’aveva
visto nascere, bisognava lottare per difenderlo.
Mi sembrava impossibile ma era così: avevo tutti contro
senza aver fatto niente per meritarmelo.
Io che avevo iniziato la mia esperienza affettiva con
l’ottimismo e la gioia di una romantica passeggiata su
una spiaggia dorata, mi trovavo a dover scandagliare,
senza saper neanche nuotare, l’infido fondo del mare
pieno di grotte, cunicoli e caverne, popolato da animali
pericolosi ed ostili.
Non riuscivo a capire cosa fosse successo per giustificare
la cattiveria che, improvvisamente, mi crollava addosso e
faceva di tutto per rubarmi l’intima gioia, la spensierata
leggerezza della mia adolescenza, la spumeggiante
briosità degli anni più belli della mia vita.
Tutto si era trasformato solo perché l’iscrizione
all’università aveva reso Pino più importante agli occhi
dei suoi ed io, di conseguenza, non ero ritenuta più
degna di stargli accanto?
Non ho saputo mai rispondermi a questa domanda ma
allora creddetti che fosse l’unica cosa possibile e me ne
rabbuiai.
Imparai a tenermi dentro ogni emozione; tanta ero
espansiva prima, così divenni gelosa delle mie cose e dei
miei sentimenti poi.
Mi convinsi allora ad indossare una maschera per non
manifestare il mio sentire esteriormente: soffrivo ma non
volevo suscitare né pietismo, né ilarità negli altri.
Sembravo serena, quasi che ciò che mi succedeva non mi
toccasse, come se fossi trincerata dietro un diaframma
d’indifferenza.
La lontananza da Pino mi pesava tanto: gli scrivevo ogni
sera o meglio ogni notte prima di andare a letto, quando
i miei fratelli già dormivano ed in casa c’era quiete.
Il silenzio della notte mi era diventato amico, quasi
consolatore.
Erano quelli i momenti più belli delle mie giornate:
sentivo in me una forza d’animo insospettata, un’inaudita
pienezza di sentimento, una cieca fiducia nel mio amore
che mi portava, quale impavido antico guerriero, a
sfidare il mondo intero ed in modo particolare l’ingiusta
cattiveria che avvertivo intorno a me.
Il mio amore era puro, sincero, non meritava le inique
manovre che gli venivano riservate e cercavo di viverlo
nel mio intimo come la cosa più bella in assoluto e da
esso mi lasciavo guidare, quale faro, nella mia notte di
tempesta.
Durante l’estate mio padre, dopo l’arrivo di un’altra
lettera di “indubbia
provenienza”, mi chiese il perché, se non si vedeva un
futuro possibile col mio ragazzo, continuasse il nostro
rapporto.
Ero stanca, sfiduciata e gli risposi:”Potete essere tutti
contenti: ci siamo lasciati!”
Papà, che sapeva leggermi nell’animo come in un libro
aperto, dovette cogliere in quelle parole tutta la
tristezza nascosta dentro il mio cuore perché
soggiunse: ”Non potrei mai essere contento se tu sei
triste.
Sappi che, qualunque decisione tu prenderai, saremo
tutti con te… Noi ti vogliamo bene!”
Finalmente un punto fermo, una certezza dichiarata!
Egli era con me, si faceva garante di tutta la famiglia ed
io mi sentii più forte, capace di affrontare la nuova
situazione: sarei stata me stessa e non avrei permesso a
nessuno di sciupare il mio sentimento che per me
rappresentava la ricchezza più grande; avrei fatto tutto
quello che potevo per essere sempre più degna di
realizzare il mio sogno ma non ci avrei rinunciato a
causa di intromissioni esterne da qualunque direzione
esse provenissero.
Io, sempre docile e riservata, scoprivo il lato
battagliero del mio carattere e lo sfruttavo con dignità,
senza far rumore, senza prevaricare nessuno, solo per
difendere il mio sentimento.
Trattavo ogni situazione con garbo e gentilezza, senza
reazioni istintive, con una maturità che sorprendeva me
stessa.
Avevo solo 17 anni ma mi sembrava di averne tanti di
più.
*

Cap.5° Alla ricerca di nuovi orizzonti

Proprio in quest’atmosfera d’incertezze, una
domenica che mamma e papà erano venuti a trovarci
a Foggia, chiesi a mio padre se mi avesse permesso di
iscrivermi all’università dopo il diploma.
Tutto il giorno lo tartassai con la stessa domanda e,
dopo tanto insistere, riuscii a strappargli una mezza
promessa: “Se sarai promossa a giugno cercherò di
accontentarti.”
Frequentavo il terzo anno di Magistrale con buon
rendimento, ero ben inserita nella mia classe , studiavo
senza difficoltà insieme alla mia amica Rosa Maria e la
richiesta di mio padre non mi sembrò irrealizzabile.
Ritenevo fondamentale riuscire nello studio, era per me
una sfida: volevo dimostrare prima a me stessa e poi a
tutti gli altri che non avevo niente di cui vergognarmi,
che ero, com’ero, una ragazza per bene, fornita di buone
doti intellettive e che potevo, anch’io, accedere
all’università senza problemi.
Capivo che era l’unica strada da percorrere se volevo
realizzare il mio sogno e portarmi, agli occhi dei genitori
di Pino, allo stesso livello di loro figlio.
Non mi lasciai deprimere o intimidire dai negativi
comportamenti dei genitori di Pino; continuavo serena il
mio cammino valorizzando sempre più l’amore che mi
legava al mio ragazzo, un amore che si temprava nella
lontananza divenendo sempre più forte e sicuro di sé.
Sapevo che per papà le promesse erano cosa seria e,
senza più tornare sull’argomento, mi impegnai per non
deludere le sue aspettative.
Le mie giornate erano dedicate allo studio senza, per
questo, diventare “secchiona”; con serietà e serenità
assolvevo l’impegno che mi ero, volontariamente,
assunto.
Vivevo con entusiasmo la mia esperienza scolastica che
mi aiutava a sopportare la lontananza da Pino, che
veniva molto di rado a Foggia e, spesso, solo nei periodi
di vacanza quando io ero costretta a tornare a Panni.
Furono anni intensi e produttivi, i professori mi
apprezzavano ed io mi sentivo più sicura di me e
fiduciosa delle mie possibilità future.
Come naturale conseguenza dell’impegno sia l’anno in
corso, sia agli esami dell’anno successivo fui
promossa nella sessione estiva con una buona media.
Io ero felice perché avevo raggiunto il primo traguardo
per potere, forse, realizzare il mio sogno e mio padre era
orgoglioso che la sua bambina aveva conseguito il
diploma come egli desiderava.
Quell’estate fui colpita da una violenta forma di
intossicazione,forse per cibo avariato.
Papà, avvertito sul lavoro che non stavo bene, mi portò
un cono di gelato che sapeva mi piaceva tanto ma,
quando si rese conto della gravità del mio stato, fu così
sbigottito che rimase con il gelato che gli sgocciolava tra
le dita, senza dire una parola, cercando qualche
speranza nel volto preoccupato del dottor Gerardo
Montecalvo.
Mi salvò da sicura morte, visto che a Panni in quel
periodo non c’era una farmacia, un campione gratuito
che il dottore aveva ricevuto in mattinata e che io stessa
gli avevo consegnato avendo incontrato papà con la sua
borsa che scoppiava tanto era piena.
Portavo la colazione a mio fratello Donato e a sua moglie
Rosa, sposi novelli, che vivevano a Torino e che a Panni,
di passaggio durante il loro viaggio di nozze, dormivano
a casa di nonna Saveria ubicata nei pressi dell’abitazione
del dottor Montecalvo.
Il dottore mi aveva accolto con giovialità
complimentandosi con me per il diploma appena
conseguito, mi aveva consegnato un ritaglio di giornale
con l’articolo che riportava i risultati degli esami dei vari
Istituti di Foggia e nel quale figurava anche il mio nome,
dicendomi di portarlo a mio padre che ne sarebbe stato
contento.
Ne ero contenta anch’io: essere apprezzata da una
persona colta ed autorevole del mio paese mi
inorgogliva ed aumentava la mia autostima.
A volte una lode inattesa, anche se non cambia la
sostanza della situazione, ti offre una carica in più che ti
aiuta ad affrontarla con maggiore serenità ed entusiasmo.
Vivevo un momento felice della mia vita e mi piaceva
assaporarlo nelle sue varie sfaccettature.
Un paio d’ore più tardi mio fratello Donato era
letteralmente piombato dal medico pregandolo di correre
a casa perché io stavo molto male.
Il dottore era incredulo: “Chi, la neo diplomata? Vengo
subito!”.
Non gli sembrava possibile che la ragazza raggiante con
cui aveva parlato solo poche ore prima avesse, ora,
bisogno di un suo urgente intervento.
Dai sintomi che mio fratello gli aveva illustrato il dottore
aveva capito di cosa poteva trattarsi e portò con sé la
confezione del medicinale che gli era arrivato in
mattinata.
Stette al mio capezzale tutto il pomeriggio con mio
padre taciturno e scuro in viso.
Dopo tre iniezioni endovena del nuovo farmaco e sei ore
di assistenza continua don Gerardo disse: “Ermì, siamo
stati fortunati, senza questo campione gratuito
l’avremmo persa! Ora fatela riposare, io vado a fare
un’altra visita, poi torno a controllarla“.
Solo allora papà, un po’ risollevato, mi venne vicino, mi
sorrise e mi disse:
“Che paura mi hai fatto provare …, ma tu sei forte,
brava!”
Avrei voluto abbracciarlo ma non ne avevo la forza,
accennai un timido sorriso e i suoi occhi si riempirono di
lacrime.
Mio padre riteneva che la cultura fosse indispensabile
nella vita ma per lui il diploma, specie per una donna, era
sufficiente e, quando tornai a chiedergli di sostenere
l’esame di ammissione all’università, sembrò quasi
sorpreso e cercò di farmi capire che avrei dovuto
accontentarmi di essere una “maestra”.
Ero profondamente delusa e ricordandogli la promessa
fattami due anni prima gli dissi:”Pensavo che tu fossi un
uomo di parola ma evidentemente mi sbagliavo.” e me
ne andai risentita, risentita con mio padre dal quale mi
sentivo tradita, beffata: io gli avevo creduto, mi ero
impegnata con assiduità ed ora lo avvertivo lontano,
ostile.
Non riuscivo ad accettare quello che mi sembrava un
tradimento della persona di cui mi fidavo in modo
assoluto.
Tutta la notte sentii mio padre e mia madre confabulare:
era loro abitudine quando avevano un problema, per
risolverlo, discuterne in privato e l’unico modo era di
affrontarlo mentre i figli dormivano.
Anch’io, però come loro, ero agitata, non riuscivo a
dormire e cercai di captare qualche frase dei loro discorsi.
La voce di mia madre mi giungeva più nitida e la sentii
dire: “Ti stai angustiando oltre il dovuto, vuoi contrastare
tua figlia che ti chiede solo qualcosa di cui andare fiero;
faglielo sostenere questo benedetto esame, mica è facile
superarlo, potrai sempre decidere dopo.
Affronta un problema alla volta!”.
Meravigliosa praticità di mia madre: aveva disarmato
mio padre e spianato la strada alla realizzazione del mio
desiderio.
Mi addormentai serena: sentivo che l’indomani sarebbe
stato un giorno migliore.
Papà infatti, il mattino seguente prima di recarsi al lavoro
mi venne vicino, si sedette sul letto e mi disse
solennemente: “Lucia, sono d’accordo con te, quando si
fa una promessa bisogna mantenerla.
Se te la senti puoi tentare l’esame di ammissione
all’università.”
Ero contenta ma non seppi dirgli che ”Grazie papà”; mi
sentivo in colpa per averlo chiamato “uomo senza
parola” e sapevo quanto gli pesasse quella decisione.
L’esame di ammissione all’università, allora, non era
facile e comprendeva una prova scritta ed un
impegnativo colloquio orale, ma io avevo fiducia in
me stessa, nella mia capacità di esprimermi, specialmente
per iscritto, con chiarezza ed efficacia.
Era un momento importante della mia vita e l’avrei
affrontato con serietà ed impegno, senza trascurare
niente.
Approfondii vari argomenti pedagogici, filosofici e di
letteratura che ritenevo potessero essere contemplati
nelle possibili tracce da svolgere.
Sentivo di aver fatto tutto ciò che potevo al meglio delle
mie capacità; non mi restava altro che chiedere, per i miei
esami, l’assistenza e la protezione divina.
*

Cap. 6° Napoli
*napoli
*

A dicembre del 1962 andai a Napoli per sostenere
l’esame tanto atteso: mi accompagnava mia sorella Lina.
Pino venne a prenderci alla stazione e ci fece da
“cicerone” portandoci a visitare i luoghi più suggestivi
della città partenopea.
Giunti a piazza Municipio ammirammo la maestosità del
palazzo reale con l’imponente “maschio angioino”, la
classica eleganza del teatro San Carlo e l’accogliente
piazza del Plebiscito che ci veniva incontro come per
abbracciarci col suo colonnato e le sue antiche statue.
Ma ecco apparirci il suggestivo angolo di Santa Lucia, la
breve discesa metteva le ali ai nostri piedi per
raggiungere i suoi tipici ristoranti che sembravano
dondolarsi, insieme alle barche, al suon dei mandolini, ad
ogni onda del mare.
Ero senza parole: come un affamato ingurgitavo tutte
quelle immagini senza riuscire a saziarmi, troppo
invitante e gustoso appariva ciò che la natura ci offriva.
A piedi percorremmo tutto il lungomare soffermandoci
ad ammirare la Fontana dell’Amore, Castel dell’Ovo, i
magnifici alberghi e la villa comunale, fino a raggiungere
via Orazio a Posillipo.
Ero incantata, lo spettacolo era fantastico: Mergellina si
stendeva placida ai nostri piedi in una serata fresca ma
serena ed il Vesuvio le fungeva da superbo sfondo.
Non avevo mai visto un panorama così bello, avevo la
sensazione di muovermi in un presepe vivente: ogni
angolo costituiva una nuova scoperta che mi lasciava
senza respiro, con gli occhi sgranati dallo stupore e
dall’ammirazione.
Era una esperienza meravigliosa e la vivevo con la
persona che amavo: in me l’emozione cresceva, mi
invadeva tutta, rendendomi felice.
L’ultima immagine che, rientrando, Pino volle farmi
ammirare, da un grande cannocchiale per turisti ad arte
situato lungo via Caracciolo, fu una scritta luminosa che
lampeggiava, era ormai tarda sera, sulla collina di
Posillipo: “HOTEL PARADISO”.
Era il giusto commento a quella splendida giornata: il
mio cuore era veramente in paradiso!
Solo quando raggiungemmo la pensione in cui Pino
aveva prenotato una stanza per noi, io e mia sorella ci
accorgemmo della nostra stanchezza: avevamo fatto
quella che si vuol definire una bella scarpinata.
La notte fu agitata: sentivo prepotentemente l’ansia
dell’esame che avrei sostenuto l’indomani ed il cielo era
con me.
Sembrava avesse accumulato durante il giorno tanta
umidità, pari almeno alle mie emozioni, da non poterla
più contenere e la riversò, tra tuoni e fulmini, con una
tale intensità che non si riusciva più a distinguere il muro
opposto alla mia finestra dell’angusta strada napoletana.
Per fortuna, dopo tanta agitazione, l’alba sopraggiunse
chiara, luminosa e beneaugurante!
Alle ore nove raggiunsi l’Istituto Universitario di
Magistero situato a metà del corso Vittorio Emanuele II,
in una posizione panoramica invidiabile ma la mia ansia
non mi permetteva di apprezzarla.
Ero tesa e preoccupata ma, una volta in aula, mi
concentrai sulla traccia da svolgere ed ogni disagio
scomparve : ero solo io ed il foglio che velocemente
veniva a riempirsi delle mie idee e considerazioni
pedagogiche.
Quando uscii, abbastanza soddisfatta del lavoro
svolto, trovai Pino ad attendermi ansioso: “Hai trovato
difficoltà?. Com’è andata? E’ molto tardi!”
Io sorrisi divertita:“Dai rilassati! Credo di aver
sviluppato esaurientemente la traccia.
Ora tocca ai docenti esprimere un giudizio, bisogna
aspettare!”
Sorrise anche lui risollevato dalla mia tranquillità ed
insieme osservammo ed apprezzammo l’ambiente che ci
circondava.
Il Magistero Suor Orsola Benincasa, l’istituto
universitario non statale più antico d’Italia, è parte
integrale di un complesso monastico alle pendici del
colle Sant’Elmo che domina la città e l’intero golfo di
Napoli e dona un colpo d’occhio veramente imponente
ed affascinante che contrasta notevolmente con
l’altissimo muro di tufo che circonda l’istituto e gli
conferisce un aspetto severo ed austero da clausura.
“Non ti verrà mica in mente di farti suora?- scherzò Pino
di fronte al mio entusiasmo e la curiosità per il nuovo
ambiente-“ Non mi perdonerei mai di averti fatto
conoscere quest’ istituto ”.
La battuta di Pino mi riportò per un attimo alla mia
infanzia, a quando frequentavo l’asilo dalle suore.
Un giorno, con mia grande sorpresa, giunsero due
giovani sorelle che vestivano un abito chiaro con il velo
bianco.
Io non amavo l’abito talare scuro indossato dalle
monache che conoscevo e fui attratta dalle nuove
arrivate e da una in particolare gentile e disponibile ed in
me, per diversi anni, nutrii il desiderio di diventare
“monaca ianch”.
“Non temere!“- risposi al mio ragazzo sorpreso dal mio
momentaneo perdermi nei ricordi – “Sono lontani i
giorni in cui avevo intenzione di prendere i voti.
Ora sei tu l’oggetto dei miei desideri”.
Sorridendo ritornammo alla piccola pensione dove ci
aspettava Lina in ansia per il mio esame ma, data l’ora,
anche affamata.
Dopo qualche giorno sostenni la prova orale che mi
preoccupava un po’ di più di quella scritta per la
componente emotiva del mio carattere ma il professore
Vallese mi accolse con viso sorridente: aveva in mano il
mio compito e si dichiarò soddisfatto del mio lavoro.
Ogni mia paura, come per incanto, perse consistenza e
tra noi si svolse un dialogo cordiale e costruttivo che si
concluse con l’augurio, da parte del docente, che io
potessi vivere nel Magistero anni di proficuo lavoro e di
acquisizioni culturali.
Ero soddisfatta e raggiante, sentivo che uno scoglio non
semplice era stato superato e che il mio percorso
culturale continuava ad un livello più alto e formativo.
Forse papà sperava veramente che io non superassi
quell’esame e ne ebbi conferma quando giunse il
telegramma che mi annunciava ufficialmente l’esito
positivo, ero a casa insieme ai miei genitori allorché il
fattorino me lo consegnò; dopo averlo letto, senza alcun
commento, lo porsi a mio padre.
Sul suo volto si dipinsero l’orgoglio e la preoccupazione,
era contento per me ma, per lui, si prospettava un
nuovo problema: il mio ragazzo era a Napoli ed io avrei
dovuto frequentare il Magistero Suor Orsola Benincasa
della bella città partenopea, la sede più vicina e
certamente quella più facilmente raggiungibile dal
nostro paese.
Il più entusiasta dell’esito del mio esame si dimostrò
Pino; alcuni giorni dopo avermi spedito il telegramma,
inaspettatamente, arrivò a Panni in vespa in un
pomeriggio pieno di neve.
Era ormai buio quando una vicina di casa mi avvertì di
andare subito da Santina senza spiegarmene il motivo.
Grande fu la mia sorpresa e l’emozione nel vedere,
all’angolo della strada, Pino che mi abbracciò
esclamando: “Volevo complimentarmi con te di persona.
Brava, sono contento! Sarà bello vivere insieme la nostra
esperienza universitaria”.
Ero emozionata e felice per l’ennesima dimostrazione di
attaccamento del mio ragazzo ma capivo anche il disagio
di mio padre.
Da due anni mio fratello Costanzo era iscritto
all’“Orientale” di Napoli ma da qualche mese era militare
in Friuli ed io dovevo vivere sola nella città partenopea.
Papà temeva il giudizio della gente e specie della
famiglia di Pino e volle proteggermi senza impedirmi di
frequentare l’università; mi diede fiducia, infatti buona
parte del mio primo anno accademico vissi a Napoli da
sola in pensione, ma chiese il trasferimento.
Io ero un po’ contraria a questa sua decisione, mi
sembrava un sacrificio troppo grande per tutta la
famiglia a causa mia.
Papà aveva avuto l’idea di trasferirsi quando noi figli
eravamo ragazzi, io dovevo frequentare le scuole medie
inferiori che a Panni allora non esistevano ma, all’ultimo
momento, aveva optato di rimanere al paesello mentre
noi figli ci stabilimmo a Foggia per continuare gli studi:
troppo forte era il legame alle sue origini.
Allora era giovane, avrebbe potuto con facilità costruirsi
una nuova vita, ora, a 54 anni, mi sembrava tutto più
difficile, più duro cambiare abitudini e stile di vita,
lasciare il piccolo ambiente in cui tutti lo conoscevano e
lo stimavano per una grande città indifferente e
sconosciuta.
*

Cap.7° Il trasferimento

Cercai di esporgli le mie idee, gli scrissi una lettera
per fargli capire che la mia permanenza a Napoli sarebbe
stata temporanea e che, conseguita la laurea, sarei
ritornata a Panni e quindi il suo sacrificio mi sembrava
spropositato rispetto alla necessità del momento.
Papà non mi rispose per lettera ma venne a Napoli e mi
disse che io avevo una famiglia, una famiglia che mi
voleva bene e che mirava solo a darmi una mano e che
riteneva più sopportabile un inutile sacrificio, per quanto
grande fosse, ad un probabile rimorso per non averlo
sostenuto.
Non era possibile discutere, sarei apparsa soltanto una
figlia ingrata: insieme cercammo, allora, una casa adatta
alle nostre esigenze.
Nei pressi del Magistero non trovammo che un mini
appartamento alquanto scomodo e con l’ingresso in
comune con un’altra famiglia; sembrava che chi fittava in
quel rione lo facesse solo a studenti smembrando ampie
abitazioni in mono o bilocali .
Dopo aver cercato inutilmente lungo tutto corso Vittorio
Emanuele II, giungemmo nei pressi del “Museo Civico”
e, in un’edicola, notammo una locandina che proponeva
due appartamenti da fittare in zona.
Accompagnati dal giornalaio li vedemmo entrambi e
scegliemmo quello sito in via Eleonora Fonseca ampio e
luminoso, con tre camere da letto, un bel cucinino, un
confortevole soggiorno ed un ingresso così arioso che ci
conquistò.
La proprietaria della casa era una professoressa di
filosofia a cui telefonai per chiedere un appuntamento e
definire il prezzo ed il contratto di locazione.
L’edicolante ci aveva detto che la signora era una donna
dal carattere difficile, scostante e che, durante la
settimana, aveva rifiutato di fittare l’appartamento a ben
quattro famiglie solo perché non avevano suscitato la sua
simpatia.
Papà ed io ci recammo all’appuntamento un po’ timorosi,
ma la signora ci accolse sorridendo e con serietà ed
efficienza stilò il contratto fissandone un canone equo.
Quando la salutammo soddisfatti, lei porse le chiavi
dell’appartamento a mio padre dicendo:”Ringrazi sua
figlia se in così breve tempo abbiamo concluso il nostro
contratto; già da quando mi ha telefonato sono stata
positivamente colpita dal timbro della sua voce e dal
garbo con cui si è presentata, sensazione che mi si è
confermata conoscendola di persona”.
Io ero arrossita, sorpresa da quel complimento
inaspettato e papà sorrise orgoglioso.
Quando fummo soli commentò:”Oggi abbiamo
conosciuto una persona per bene che deve aver subìto
recentemente qualche grave torto e che, perciò, non si
fida se non di se stessa, delle sue sensazioni!”
La signora abitava in una bella casa che si affacciava sul
parco della Reggia di Capodimonte ed io invitai papà a
dare uno sguardo a questa meraviglia di Napoli.
La reggia, purtroppo, era chiusa al pubblico per lavori di
restauro ma potemmo ammirare i bellissimi prati
all’inglese dell’ampio giardino prospiciente la
costruzione, abbellito da varie statue marmoree e ci
inoltrammo nel vialone centrale di cui non si poteva
scorgere la fine tanto era lungo e verdeggiante.
Statue, panchine di pietra martellata e piante rigogliose
di ogni genere rendevano il vialone superbo e
confortevole.
Ad un incrocio con altri piccoli viali che collegavano il
vialone centrale con quelli laterali, un’ampia aiuola
circolare accoglieva un’imponente pianta di magnolia; il
suo tronco era così grande che neanche in due riuscimmo
ad abbracciarlo e la sua chioma, formata da foglie di
colore verde intenso e cerose, si stagliava maestosa e
desiderosa di sole nel luminoso cielo di Napoli.
Papà era ammirato da tanta lussureggiante vegetazione e
dalla cura prodigata a quello sconfinato parco e si
rammaricò che mamma non fosse presente; lei, che
amava e curava le piante come creature viventi, sarebbe
stata felice e si propose che l’avrebbe accompagnata a
visitare quel bellissimo ambiente appena possibile.
Tornammo a rivedere l’appartamento per sentirlo ormai
“casa nostra” e già progettammo l’arredamento.
Era veramente un’abitazione confortevole, ampia e piena
di luce; si affacciava sulla piazzetta immortalata in uno
degli episodi del celeberrimo film di De Sica “L’oro di
Napoli” e presentava un suggestivo scorcio di vita
napoletana.
Nella piccola piazza il traffico era limitato e lasciava
spazio a bambini e ragazzi che si divertivano
gioiosamente sotto lo sguardo attento delle madri che
fuori delle loro case sedevano a lavorare chiacchierando
alacremente tra loro e, di tanto in tanto, richiamavano i
figli che si allontanavano un po’ troppo; tutto ciò
sembrava ricreare l’atmosfera semplice e naturale del
nostro paese natio.
Dalla finestra dell’ingresso guardavamo compiaciuti e
divertiti il fervore della piazzetta allorchè sopraggiunse
una donna minuta e gioviale che agitava rumorosamente
un contenitore di vimini chiamando a gran voce:”Chi
vuole giocare alla “riffa”? Venite, venite che oggi ho tanti
numeri fortunati! Giocate, giocate alla riffa!”
Un nugolo di persone di ogni età circondò il simpatico
personaggio, chi solo per curiosità chi per tentare
veramente la fortuna.
Era un concentrato di vitalità, uno spettacolo che solo
Napoli può offrire: in questa atmosfera ci piacque
diventare napoletani.
Nel gennaio successivo la mia famiglia si trasferì a
Napoli e papà prese servizio, come agente postale,
nell’ufficio situato nella galleria Umberto I, di fronte al
teatro S. Carlo, un angolo stupendo di Napoli e papà ne
fu entusiasta.
Rincasando dal suo primo giorno di lavoro, papà non era
in sé dalla gioia: “Marì”- diceva rivolto a mia madre
-“oggi più che andare a lavoro mi è sembrato di
partecipare ad una piacevole gita.
Sapessi quanto è bello il luogo dove è posto il mio
ufficio!
Non so come spiegartelo; è il punto d’incrocio di quattro
strade trasformato in un elegante salotto pubblico
sormontato da un tetto ricurvo formato da
un’impalcatura di ferro e vetro decorato.
Il pavimento è tutto un mosaico di marmo lucidissimo
che riproduce le figure dei segni zodiacali”.
Mamma sorrideva compiaciuta dell’eccitazione di mio
padre che glielo riportava fanciullo emozionato.
Papà continuava nel suo racconto sfogliando alcuni
opuscoli regalatigli dal suo direttore e si affannava a
mostrarle le varie statue , colonne e decori della “sua”
galleria.
Mamma, sorridente, replicava: “Dai, non sforzarti tanto a
spiegarmi questa meraviglia, portami piuttosto a
visitarla!”
“Certo, domenica andremo insieme ad ammirarla,
intanto leggiamo le notizie più importanti su questi
opuscoli così non appariremo dei provinciali sprovveduti
ed ignoranti”.
Era piacevole assistere ai loro dialoghi e cogliere
l’entusiasmo che li animava in questa loro esperienza di
vita.
Sebbene le sue nuove mansioni fossero diverse da quelle
a cui era abituato papà, da gran lavoratore che era, in
breve tempo fu apprezzato dal direttore e dai colleghi.
Fui stupita ed ammirata dalla capacità dei miei genitori
di adattarsi alle nuove condizioni, del loro entusiasmo
per le piccole cose di ogni giorno, della loro gioia di
vivere e di affrontare nuove esperienze.
Mamma non si accontentava di fare la spesa nei
negozietti sotto casa, pian piano scopriva nuovi mercatini
e portava a casa prodotti sempre migliori ed a prezzo più
conveniente. Quando voleva cucinare del pesce, insieme
a papà, andava di prima mattina a Porta Capuana dove i
pescatori portano il pesce appena pescato e si inventava
ricette nuove per soddisfare il suo estro di ottima cuoca
ed il nostro esigente palato.
Spesso i miei genitori uscivano insieme a fare compere o
a conoscere la città e rientravano sempre contenti ed
appagati delle nuove scoperte.
Papà, sorridendo compiaciuto, affermava di essere
cresciuto ancora un po’ ed affrontava la vita con
contagioso ottimismo.
*

Cap.8° La terra
*

Mio padre oltre alla famiglia e al lavoro aveva un
altro grande amore: la terra.
Frequentavo la terza elementare quando papà comprò un
piccolo appezzamento di terreno in contrada “La
mezzana” poco distante dal nostro paese.
Era una vera petraia, ripida ed inospitale, ma papà, con
caparbietà ed entusiasmo, la bonificò trasformandola in
un vero giardino: ne aveva fatto spianare la parte più
bassa, terrazzare la metà più ripida, aveva utilizzato uno
spuntone di roccia come sostegno naturale per una
piccola ma accogliente casetta col tetto di travi e paglia; le
pietre ovunque disseminate divennero muri contenitivi e
protettivi del terreno ben lavorato e fertilissimo.
Piante da frutto e fiori di tutti i tipi rallegravano
l’ambiente, un solo albero rimase a ricordo del primitivo
stato del terreno: un grande castagno dal tronco cavo in
cui, bambina gioiosa, giocavo.
Era la porta di un mondo fatato a cui potevo accedere
soltanto io ed in esso vivere mille avventure, novella “
Alice nel paese delle meraviglie”.
Tra le foglie ai piedi dell’albero cercavo i ricci chiusi a
palla ed ognuno si trasformava in un personaggio della
storia che mi inventavo: erano principesse bellissime,
orride streghe, cavalieri intrepidi, matrigne cattive che si
muovevano nello spazio angusto reso immenso dalla mia
fantasia. Mia madre mi lasciava tranquilla e, quando
tornavo accanto a lei, mi chiedeva sorridendo quali
nuovi amici mi avevano fatto compagnia.
Quel terreno divenne mèta delle scampagnate estive di
noi fratelli insieme ad amici e parenti tanto era
accogliente e facile da raggiungere.
Un giorno d’estate io e mio cugino Donato,figlio di zio
Peppino il fratello più piccolo di mia madre caduto in
guerra, decidemmo di fare una gita alla mezzana.
Davanti alla casetta papà aveva lasciato un ampio
spiazzo arredato da un rustico tavolo di pietra e sedili
ricavati da grossi tronchi, su di una roccia aveva creato
un rudimentale piano cottura e noi, imitando i “grandi”
cercammo di prepararci la “ciambotta”, un piatto tipico
del nostro paese a base di verdure e certo non ci mancava
la materia prima nell’angolo tenuto ad orto.
Eravamo piccoli (io non avevo ancora nove anni) e per
entrambi era la prima esperienza culinaria: convinti di
esserne all’altezza ci improvvisammo cuochi, ma alla fine
ciò che avevamo preparato era, senza ombra di dubbio,
disgustoso e lo buttammo dietro una siepe nel tentativo
di nascondere il nostro insuccesso.
L’indomani i miei genitori trovarono le nostre evidenti
tracce ed, anche se avevano ben capito chi erano gli
artefici di quella marachella, non ci rimproverarono
apertamente ma mio padre commentò l’accaduto, in
nostra presenza,con una frase canzonatoria: “Devono
essere stati due ragazzi stupidi: invece di cogliere
qualche bella zucchina tenera, hanno cercato di cuocere
quella dura destinata alla semenza”.
Io e Donato ci guardammo bene dal confessare la nostra
colpa, certamente non volevamo apparire stupidi ai suoi
occhi, ma non ripetemmo più bravate del genere.
Papà era orgoglioso della trasformazione apportata a
quel terreno e non si stancava mai di dire che era una sua
creatura e che i prodotti di quella piccola proprietà erano
i migliori che avesse mai assaggiato.
L’attaccamento alla terra era una componente
fondamentale del suo carattere a cui non sapeva
rinunciare neanche a tanti chilometri di distanza.
Era tanto importante per lui che spesso, insieme a mia
madre, partiva da Napoli il sabato pomeriggio per
curare il vigneto a Panni in contrada l’Avella poco
distante dalla stazione ferroviaria del nostro piccolo
paese; era un vigneto a spalliera che aveva piantato il
suo bisnonno ed a cui era legato affettivamente perché da
bambino si recava spesso con suo padre.
Aveva preso accordi con alcuni operai che lo aiutavano
nei vari lavori e ritornava a Napoli con l’ultimo treno di
domenica, rincasando a notte alta.
Questo mi faceva sentire un po’ in colpa ma egli era
così felice e così organizzato che suscitava ammirazione;
era tanto orgoglioso dei frutti e del vino che produceva
da sembrare un bambino fiero del suo bel giocattolo
nuovo.
Anche mio fratello Costanzo, concluso il servizio di leva
viveva con noi a Napoli ed aveva iniziato la sua
professione di insegnante in un piccolo paese alle falde
del Vesuvio, mentre continuava a frequentare
l’università.
Egli era generoso nei miei riguardi, oltre a confrontarsi
spesso con me sul piano didattico ed a partecipare con
interesse alla mia vita universitaria, mi faceva tanti regali,
le borsette più belle me le regalava lui: rivestiva con gioia
il ruolo del fratello maggiore che coccolava la sorellina
più piccola anche se, ormai, io ero cresciuta.
C’era armonia nella nostra famiglia; si cercava di
affrontare ogni problema insieme e se bisognava
rinunciare a qualcosa, ognuno lo faceva senza farlo
pesare agli altri.
L’anno successivo, però, Costanzo decise di interrompere
i suoi studi (gli mancavano ancora pochi esami per
laurearsi in lingue straniere), perchè gli pesava la
lontananza dalla sua ragazza e voleva sposarsi: era
fidanzato da diversi anni con una cugina di Pino, figlia
di zio Luigino, fratello di sua madre.
Era l’unico zio da parte materna ed era molto affezionato
a suo nipote e nutriva anche per me sentimenti di stima e
considerazione.
Costanzo ed Anna si sposarono nell’estate del mio terzo
anno accademico e si stabilirono a Foggia.
La mia esperienza universitaria proseguiva
positivamente, frequentavo con interesse e desiderio di
apprendere le varie lezioni ed ero in corso con gli esami:
avevo imposto a me stessa di laurearmi entro i quattro
anni previsti e, perciò, cercavo di non perdere tempo.
Alla fine del primo anno accademico avevo conosciuto
una ragazza che veniva da Bolzano, anche se di origini
campane, iscrittasi al mio stesso Magistero perché,
fidanzata con un giovane medico napoletano, prevedeva
di sposarsi e trasferirsi definitivamente a Napoli.
Si chiamava Laura Lauri e, durante l’attesa per
sostenere un esame, proprio quando avrebbe dovuto
presentarsi, si era fatta prendere da un attacco di panico
e voleva andare via; io che sarei stata chiamata più tardi
l’avvicinai e, dimenticando la mia ansia, la sostenni,
l’aiutai a ridimensionare le sue paure e la convinsi a
sostenere l’esame che superò con un ottimo voto.
Mi fu grata ed aspettò che io affrontassi la mia prova per
festeggiarne insieme il buon esito.
Iniziò così la nostra amicizia sincera e disinteressata.
Lei era in pensione proprio di fronte al Magistero, aveva
una camera ampia e ben arredata ma le mancava la sua
famiglia e cercava, come me a Foggia, un’amicizia vera!
Cominciammo a studiare insieme, era lei che veniva a
casa mia ed eravamo contente di confrontarci e sostenerci
vicendevolmente.
Il fidanzato Enzo Ammaturo, ottimo cardiologo, quando
preparavamo degli esami insieme, l’accompagnava nel
primo pomeriggio e veniva a prenderla a sera quando
finiva il suo turno di lavoro nel reparto di Semeiotica
Medica dell’Ospedale degli Incurabili ubicato nei pressi
di casa mia.
I miei familiari erano affabili con lei, Laura stava bene
con tutti noi ed i nostri studi procedevano senza intoppi.
Trascorrevano così i miei anni all’università, anni proficui
sia per me che per Pino, anni fatti di studi ma anche di
tante nuove esperienze che riempirono la nostra vita e ci
aiutarono a maturare.
Studiavamo con entusiasmo, cercando di non perdere
tempo inutilmente, dandoci vicendevolmente il sostegno
necessario a superare le difficoltà che la vita ci riservava.
Se affrontato insieme ogni problema si risolveva e
trovavamo il tempo per conoscere la città ed i luoghi
vicini più suggestivi e famosi.
Pino negli ultimi due anni di università ebbe a Napoli la
vespa e, di domenica, andavamo in escursione sul
Vesuvio, su monte Faito, lungo la costiera sorrentina od
amalfitana.
Erano esperienze che riempivano di gioia la nostra
giovinezza e che hanno lasciato ricordi indelebili nella
nostra mente e nel cuore.
Una in particolare la vivemmo con estrema intensità ed
emozione: una gita a Monte Faito.
Era una bellissima domenica primaverile, il cielo era
terso e luminoso, qualche lieve nuvola rosata, che
prendeva forme diverse sollecitata dalla brezza frizzante,
lo rendeva vivo e palpitante come i nostri cuori che si
inebriavano al vento nella velocità della vespa ed alla
stupenda bellezza del percorso.
Il verde intenso della vegetazione delle pendici del monte
era rallegrato da una miriade di piante di ortensie con
magnifici fiori a palla dai colori così vari e decisi come
non ho più avuto occasione di vederne.
Raggiunta la cima, potemmo ammirare dall’alto la
magnifica costa di Castellamare di Stabia con l’azzurro
del suo splendido mare ed assaporare i profumi che la
brezza marina ci portava attraversando i boschi.
Eravamo felici e volemmo ringraziarne Dio nella piccola,
semplice chiesa che occupava il punto più elevato della
montagna: era accogliente col suo altarino in marmo e la
croce dorata che lo adornava.
Dopo una breve ma sentita preghiera, nell’uscire dalla
chiesetta, un’emozione indicibile invase i nostri cuori.
Un soffice tappeto di nuvole candide, ovattate circondava
la cima del monte; esistevamo noi due soli in un mondo
stupendo, sconcertante, fatto solo di cielo.
Increduli, coi piedi tra le nuvole e col cuore che batteva
all’impazzata, rimanemmo abbracciati sulla soglia della
chiesetta fino a che uno zefiro leggero dissolse le nubi
riportandoci il mondo reale.
Cogliemmo in questo nostro vissuto una partecipazione
divina e, con grande solennità, ci promettemmo che in
quel paradiso ci saremmo sposati considerando il futuro
velo da sposa una propaggine delle candide nubi che ci
avevano avvolti e trasportati in una dimensione irreale,
sublime.
*
Cap 9° Nuove esperienze

Vivevo con sereno entusiasmo, con tenera speranza che la vita mi avrebbe riservato un futuro roseo e cercavo di costruirmelo con impegno costante ed una notevole carica di ottimismo e di dignità.
Fin dal primo momento in cui Pino mi aveva annunciato che si sarebbe iscritto alla facoltà di “Medicina e Chirurgia” ( aveva sempre coltivato l’idea di diventare un ricercatore e, perciò, desiderato di seguire un corso di studi universitari di “Chimica”), avevo cercato di accettare la sua nuova decisione e, per non creargli problemi, non gli confidai la mia avversione per i medici.
Non avevo ancora cinque anni d’età quando vissi una triste esperienza che mi portò a temere i dottori.
Due anni prima mia madre era stata aggredita da alcuni cani pastori attratti dal profumo delle lasagne   che portava in campagna per festeggiare con i mezzadri l’ottimo raccolto: per fortuna era quasi giunta alla nostra proprietà in contrada “Ggiardelupe” e mio padre potè sentire le sue grida, accorrere in suo aiuto e la sua disavventura si concluse con una grande paura.
Allora al mio paese non c’erano trebbiatrici ed il grano veniva “pesato” sull’aia con delle macine di tufo tirate in circolo dai buoi. L’ultimo giorno dei lavori era consuetudine festeggiarlo con un grande banchetto e, perciò, mia madre, allo scoccar di mezzogiorno annunciato dal festoso suono delle campane, portava dal paese le vivande che aveva preparato.
Mamma, dopo l’aggressione, partecipò sorridente al pranzo ma, di sera a casa, cominciò a sentirsi male e perse il bimbo che portava in grembo.
Da quel giorno non si riprese, anzi spesso aveva delle copiose emorragie che la prostavano; non so quale terapia seguisse ma, certamente, non le risolveva il grave problema che l’affliggeva.
Ormai, dopo due anni, era così debilitata che non riusciva più ad alzarsi dal letto: mio padre capì che, se non si fosse corso ai ripari, avrebbe perso la sua sposa. Mamma, secondo il parere dei medici del paese. non poteva sostenere il disagio
del viaggio da Panni a Foggia e, perciò, era necessario che un ginecologo venisse a casa nostra per effettuare a mia madre urgentemente un’isterectomia.
Mia cugina Lucia, che lavorava a Foggia, contattò il dottor Volpe considerato il miglior ginecologo del momento, che si rese disponibile a venire a Panni prelevato da Leonardo Frisoli il tassista del nostro paese.
La mia casa era affollata da amici e parenti che volevano testimoniare il loro affetto ai miei genitori e, già dalla strada, giunse la voce che annunciava l’arrivo della persona attesa:”Il medico, è arrivato il medico!”.
Entrò un uomo alto, robusto ed autoritario che, prima ancora di salutare mio padre che gli era corso incontro, disse:”Mettete a bollire quanta più acqua potete!”
Io ero là, già impaurita e frastornata dalla cupa atmosfera che si respirava in casa e le parole di quello sconosciuto, che per me si chiamava “Medico”, mi suonarono come una minaccia; nella mia mente di bimba egli prese le sembianze dell’Orco cattivo che voleva bollire la mia mamma.
Una vicina di casa, vedendomi piangere silenziosamente, mi prese per mano e mi portò fuori senza, però, farmi capire la situazione e la funzione utile e benevola del dottore.
Tutto si risolse per il meglio; mamma dopo l’intervento, gradualmente, si riprese ma per me la parola “medico” significò “paura”.
Anche quando si giocava con le compagne di classe a quei giochi un po’ puerili, con quei foglietti che nascondevamo sotto i banchi durante le lezioni ma che tiravamo fuori, puntualmente, negli intervalli o nelle ore di supplenza, per chiedere loro quale sarebbe stato il mestiere del nostro ipotetico, futuro sposo ed a me, malauguratamente, veniva fuori”medico”, un brivido di paura mi correva lungo la schiena e se, a volte, manifestavo il mio disappunto, le mie compagne rimanevano sorprese ed incredule.
Ora la vita si prendeva gioco di me!
La persona che amavo intensamente sarebbe diventato proprio medico.
Certamente il mio ragazzo non cambiava per la sua scelta nè, per qesto, il mio amore per lui sminuiva.
Dovevo essere io ad adeguarmi alla nuova situazione, a convincermi che la ragione doveva imporsi alla mia reazione istintiva.
Gradualmente imparai a ridimensionare la mia paura, ad apprezzare ed amare il mio ragazzo anche nella sua futura veste sociale.
Era il mio sentimento che mi aiutava in questo mio processo
di crescita ma anche la convinzione di mio padre che affermava:”La vita, spesso, si diverte ad offrirti proprio ciò che hai sempre cercato di evitare e lo fa in un modo ed in un momento tale che non puoi fare altro che accettare”.
La vita mi costringeva a superare una mia deficienza, a maturare, a vivere con pienezza la mia esperienza.
Studiando insieme a Pino, a volte in biblioteca, a volte, specie d’estate, nei giardini della Reggia di Capodimonte, vicino casa mia, cercavo di capire e di apprezzare il mondo della medicina, aprendomi a nuove sensazioni e fortificando la mia personalità.
La nostra esperienza universitaria ci forniva mille possibilità ed occasioni di crescita allargando la nostra conoscenza nei vari campi della cultura.
Spesso andavamo a teatro per assistere alle rappresentazioni di alcune opere liriche; ce lo potevamo permettere solo perchè il cognato di Silvio Pilone (un carissimo amico con cui Pino divideva la stanza nella sua pensione per studenti universitari e che trattava il mio ragazzo con l’attenzione di un fratello maggiore), il maestro Stefano Morellina, elemento dell’orchestra del teatro “San Carlo”, ci forniva dei biglietti omaggio.
Cordiale, sempre allegro e disponibile ci aveva preso in tale simpatia che spesso si preoccupava di procurarci dei momenti di intensa emozione nell’assistere alla rappresentazione di famose opere liriche.
Una sera, c’era la prima de “La Tosca” e noi avevamo due preziosi biglietti di prima fila.
Io con il mio bel vestitino di pizzo color rosso lacca e Pino
in doppio petto scura e la camicia bianca elegante con lo sparato plissettato, giungemmo alla biblioteca, adiacente al teatro, dove il custode (lo avevamo conosciuto perchè
frequentavamo assiduamente la biblioteca) ci permetteva di parcheggiava la vespa.
L’avevamo lasciata accanto ad una Mercedes scura, lucidissima, che aveva suscitato l’ammirazione del mio ragazzo.
Dopo lo spettacolo che ci aveva entusiasmato, felici della
nostra nuova esperienza trovammo una ruota della vespa a
terra e, mentre Pino si accingeva a cambiarla, sopraggiunse
il proprietario della Mercedes: ironia della sorte era proprio il professore con cui il mio ragazzo stava preparando la tesi di laurea. Il professore lo riconobbe e rispose sorridendo al suo saluto; Pino si sentì un po’ a disagio e sostituì la ruota a tempo di record, tanto che fu pronta prima ancora che il suo docente mettesse in moto la sua bella automobile. Pino, partendo, commentò: “Miseria e Nobiltà”,io, abbracciandomi a lui sulla vespa, gli sussurrai: “Credo che siamo stati noi a suscitare nel tuo relatore un senso bonario d’invidia. Reputati fortunato, noi abbiamo dalla nostra le cose più belle della vita: l’amore e la giovinezza!”
*

Cap. 10° 1966 : Anno decisivo

L’ultimo anno accademico fu veramente impegnativo: avevo deciso di sostenere tutti gli esami nella sessione estiva per potermi laureare in quella autunnale e, perciò, lo studio doveva essere serio e costante. Anche Pino era agli sgoccioli dei suoi oneri universitari, doveva solamente completare il tirocinio in Semeiotica Medica, presentare e discutere la tesi. Considerata la spesa che avremmo sostenuto per far dattiloscrivere le nostre due tesi, decidemmo di comprarci una macchina da scrivere portatile ed io mi  impegnai a svolgere questo lavoro per entrambi; era anche quello un atto d’amore e lo portai a termine con entusiasmo usando un solo dito per realizzarlo. Nell’ agosto del 1966 Pino si laureò, col massimo dei voti, tra l’entusiasmo generale;  aveva imposto la mia presenza ai suoi genitori che mi accolsero con garbo. Dopo la seduta di laurea andammo tutti a festeggiare in un bel ristorante sulle pendici del Vesuvio in un’atmosfera gioiosa e serena. Pino aveva prenotato il pranzo nello stesso ristorante  in cui avevamo salutato, insieme per la prima volta, l’arrivo del nuovo anno. ll  suo professore di Semeiotica aveva fissato l’ultima  seduta d’esame proprio nel pomeriggio del 31 dicembre e Pino sostenne il suo esame alle ore 21 e, se fosse partito, avrebbe trascorso il  capodanno in treno. A tutti questa situazione era apparsa un espediente ben architettato per poter vivere insieme una nuova esperienza felice, invece era solo un bel regalo che ci offriva la vita. Chiesi il permesso ai miei genitori di trascorrere per la prima volta il capodanno fuori casa e, sebbene un po’ a malincuore, me lo concessero per farmi contenta. Era stata un’esperienza veramente unica: il panorama era da mozzafiato, Napoli ed i vari paesini che si arrampicavano sulle pendici del Vesuvio sembravano vivificati dalle luci e dal traffico intenso e, verso mezzanotte, tutta la vallata ai nostri piedi divenne una vera bolgia di botti e fuochi d’artificio che si centuplicavano   specchiandosi nel bel mare dell’ampio golfo napoletano. Sembrava un incendio, una follia umana che cercava di propiziarsi l’anno che iniziava e scacciare i guai che il vecchio anno aveva fatto sperimentare. Sarebbe bello se si potesse veramente allontanare tutti gli eventi tristi della vita con l’allegria di una notte di fuochi e di botti. Pino era elettrizzato da questa nuova esperienza: aveva portato una costosa bottiglia di champagne e volle stapparla sulla grande veranda per poter lanciare nel vuoto sottostante le coppe di cristallo ed adeguarsi all’allegria generale. Fu veramente una notte di grande emozione ed unica nella nostra vita, rimasta vivido ricordo nella nostra memoria. Il luogo piacque sia ai parenti che agli amici che si strinsero festosi intorno a Pino, la cucina tipica e gustosa fu apprezzata in un’atmosfera gioiosa e goliardica per rendere  indimenticabile la laurea del mio ragazzo. Ora toccava a me; avevo sostenuto tutti gli esami e mi dedicai alla battitura della mia tesi durante l’estate. A novembre fu fissata la mia seduta di laurea a cui parteciparono la mia famiglia, Pino, alcuni amici e la famiglia di mia cugina Lucia sempre affettivamente legata a tutti noi. Papà era emozionato e confuso, mi faceva tenerezza, non riusciva a spiccicare una parola: egli sentiva, forse anche più di me, l’importanza di quel momento, di quel sogno che si realizzava. A casa mamma aveva preparato il timballo  con il suo inimitabile ragù di carne mista e la torta con il pan di Spagna soffice ed alto con doppio strato di crema ed… il profumo era inebriante! Appena entrammo mi abbracciò e, portandomi nell’altra stanza ( era intimidita dalla presenza di alcuni amici) mi regalò il suo gioiello più bello: una magnifica  spilla che suo padre le aveva donato il giorno della sua promessa di  matrimonio.  Eravamo entrambe commosse, io sapevo quanto lei tenesse a quel gioiello e avrei voluto che non se ne privasse, quando entrò papà e mi disse: “Accettala con gioia; ci avevi chiesto il divano come regalo di laurea e ti abbiamo accontentata ma è un regalo per la famiglia.  Non sia mai detto che tu rimanga priva di un tuo regalo personale in questo momento così importante per te e per noi!”. Era fatto così, sapeva trovare le parole  al  momento giusto, parole a cui non si poteva replicare.  I nostri occhi erano umidi di pianto, manifestazione del profondo affetto che ci legava. Dopo solo una settimana dalla mia laurea ebbi la nomina per insegnare a Panni: avevo deciso, insieme a Pino, di iniziare la mia professione in  provincia di Foggia in previsione del nostro futuro matrimonio, visto che egli desiderava vivere nella sua città natale. Il mio soggiorno partenopeo era terminato ma per papà sarebbe durato fino all’età del suo pensionamento. Me ne rammaricai con lui ma mi rispose: ” Per la gioia che mi stai dando sarei andato anche in capo al mondo! Sta’ tranquilla Napoli è bella, noi ci troviamo bene. Neanche tu starai male a Panni, Lina verrà con te così vi farete compagnia.”  Sorrideva con quel suo sorriso magnetico, coinvolgente: aveva ancora una volta pianificato tutto ed era soddisfatto e felice. Ritornai a Panni in una diversa veste sociale, mi sentivo realizzata, serena e, anche se un po’ timorosa per la responsabilità del mio ruolo, affrontai  la mia nuova vita con dignità cercando di esserne all’altezza fin dai primi giorni. Dopo solo un mese d’insegnamento giunsero le vacanze natalizie ed io, con il mio primo stipendio nella borsetta, raggiunsi la mia famiglia a Napoli nel pomeriggio della vigilia di Natale. Ero elettrizzata e porsi a mia madre la mia prima busta-paga: volevo manifestarle in qualche modo il mio ringraziamento per tutti i sacrifici che avevano sostenuto per me.  Mamma mi abbracciò   commossa: ” Ma che ti viene in mente? – mi disse  – Questi sono il frutto del tuo  lavoro e devono rappresentare l’inizio della tua futura autonomia.” Io la guardavo interdetta quando papà entrò nella stanza e, con un sol colpo d’occhio, capì la situazione e, sorridendo divertito, esclamò: “Ora che sei diventata ricca vuoi mostrarci la tua generosità? Non ce n’è bisogno, noi ti conosciamo!” e, ricacciando nella busta le banconote che ne fuoriuscivano, con tono solenne continuò: “Ti auguro tanta fortuna!” Avevo  dei genitori meravigliosi!  Qualche minuto più tardi ero in strada ed a passo veloce, quasi di corsa, raggiunsi il più vicino negozio di elettrodomestici e comprai una lavatrice. Il negoziante trovò qualche difficoltà per l’ora ed avrebbe voluto effettuare la consegna il giorno 27.  Tanto, però, lo pregai che mandò con me il ragazzo che lo aiutava nelle consegne. Fu un Natale d’amore e di commozione!
*
Capitolo 11° Un viaggio intraprendente

Mi dividevo tra Panni e Napoli dove mi recavo ogni settimana per vedere sia i miei, sia Pino che era “interno” in Semeiotica Medica in attesa di partire per Firenze per il servizio militare.
Si rinnovava per noi la lontananza che ci pesava tanto, a volte era così insopportabile che mi toglieva l’entusiasmo ed anche allora a sostenermi era mio padre; bastava che frugassi tra suoi insegnamenti per sentire, a tanti chilometri di distanza, la sua voce rassicurante: ” La vita è sempre degna di essere vissuta. I momenti tristi servono a rendere ancora più
belli quelli felici che seguiranno!”
Mi ricaricavo così di ottimismo e cercavo sempre il lato positivo in ogni esperienza che vivevo.
Quando non ero impegnata con la scuola mi dedicavo a lavori a maglia o di ricamo a mezzopunto che impegnavano la mente e mi aiutavano a trascorrere le solitarie, lunghe e tristi serate invernali con serenità.
Professionalmente i tre anni trascorsi a Panni furono, per me, formativi; il paese mi conosceva e mi guardava con simpatia, i colleghi mi stimavano ed i pendolari mi si raccomandavano perchè li agevolassi nell’orario scolastico. Era, tranne che per qualche sporadica eccezione, un ambiente di lavoro alquanto sereno e proficuo; i ragazzi, sebbene vivaci, erano affettuosi, desiderosi di apprendere e stimolavano in me il bisogno di offrire loro il meglio del mio sapere. Spero tanto di aver lasciato ai miei alunni pannesi un buon ricordo.
L’anno successivo mia madre sostenne un concorso: lei, sin da quando mio padre era divendato portalettere, aveva avuto il ruolo di “sostituto” nei periodi di ferie di papà e divenne a sua volta postina.
Fu, quello, un momento difficile per la mia famiglia, papà non vedeva di buon occhio l’allontanarsi di mamma che aveva sempre rappresentato il suo naturale completamento. Mia madre, da parte sua, considerava sciocco rinunciare ad un ottimo posto di lavoro, visto che per la pensione di papà mancavano pochi anni e che, per lei, non si sarebbe
mai più presentata\un’occasione simile.
Alla fine la modernità di mia madre e l’innato rispetto della personalità altrui di mio padre ebbero la meglio e mamma prese servizio in un piccolo paese del sub-appennino dauno, nomina che si trasformò, qualche anno più tardi, nel trasferimento a Panni.
La mia famiglia sempre tanto unita, sembrava smembrata ma, ogni sabato sera, papà e Lina (che era tornata a dare una mano a mio padre) da Napoli e mamma da Pietra Montecorvino, venivano a trovare me a Panni e tutto sembrava quasi tornare ai tempi della mia fanciullezza. Con le loro visite facevo incetta d’amore che mi dava calore, sicurezza e la mia solitudine si stemperava e risultava meno pesante nella settimana successiva.
Mentre Pino era a Firenze, allievo ufficiale medico nella “Scuola di Sanità Militare”, lo sentivo tanto più distante perchè non potevo raggiungerlo a fine settimana, nè egli poteva venire a trovarmi come quando era a Napoli e, proprio per sentirmelo più vicino,accettavo di buon grado l’invito dei suoi ed, a volte, trascorrevo il fine settimana a Foggia in loro compagnia. Anche essi sentivano la mancanza del figlio e, in occasione del “giuramento”, avevano deciso di andare a Firenze per partecipare alla cerimonia ed invitarono anche me. Io, naturalmente, mi entusiasmai all’idea ma, due giorni prima della partenza, mi dissero che, per motivi familiari, non ci saremmo più recati a Firenze. Ne fui estremamente delusa; il mio cuore si era così abituato all’idea di rivedere il mio ragazzo che non ci sapeva rinunziare all’ultimo momento, quando già pregustava la gioia dell’incontro.
Presi allora una decisione pazza per quei tempi: sarei andata a Firenze senza avvertire nè i miei genitori nè quelli di Pino.
Una ragazza che viaggiava sola e di notte non era, allora, una cosa normale; certamente, se avessi partecipato a qualcuno la mia decisione non sarei stata appoggiata da nessuno ed io, ormai, nutrivo un unico desiderio: volevo rivedere il mio ragazzo ed assistere al suo giuramento.
Neanche Pino ci aspettava più perchè i suoi l’avevano avvertito del cambiamento.
Partii dunque il sabato sera, ero cosciente del rischio della mia decisione e, perciò, ero attenta e guardinga: non mancarono tentativi di approccio da parte di qualche giovane play-boy ma io cercavo di accompagnarmi a qualche famigliola in viaggio ed ero ben sveglia e vigile.
Giunsi a Firenze la domenica mattina e fui accolta dalla visione della magnifica chiesa di Santa Maria Novella: non ero mai stata a Firenze ma ebbi la sensazione di trovarmi in un luogo ospitale, familiare.
Con un autobus locale, al cui conducente avevo chiesto di indicarmi la fermata più vicina alla ” Caserma San Giorgio” , giunsi al ponte sull’Arno ove Dante aveva incontrato per la prima volta Beatrice e, anche per perdere un po’ di tempo, mi soffermi ad ammirare l’Arno che, gradualmente, veniva ad animarsi alla luce del sole in una mattinata limpida e piacevolmente fresca.
Immersa nelle mie considerazioni sulla bellezza dell’ambiente che mi
circondava, cercavo di mitigare l’emozione e l’ansia che provavo allorchè
incontrai lo sguardo di un signore di mezza età, distinto ed elegante in
una divisa ricca di fregi e di medaglie; con garbo gli chiesi informazioni per raggiungere la caserma. Austero e gentile mi chiese il nome di chi cercavo e, saputolo, mi sorrise affermando che Pino era un suo allievo e che sarebbe stato onorato di accompagnarmi. Mi era propizia la bella città toscana e seguii con naturalezza il colonnello che mi parlava come
ad una persona di famiglia. Saputo che Pino non mi aspettava, sorridendo con complicità, mi disse:” Bene, allora non sciupiamogli la sorpresa!” Indicatami la sala d’attesa, mi salutò militarmente e scomparve in un corridoio laterale. Dopo qualche minuto l’altoparlante
annunciava:”L’allievo Mastrangelo è atteso in parlatoio”.
Mi sentivo emozionata e felice ed attesi con ansia l’arrivo di Pino che fu
letteralmente sbigottito nel vedermi ed ancor più quando seppe che ero
arrivata sola. “Che bella sorpresa! Ero ormai rassegnato a vivere con tristezza questa importante giornata. Grazie di essere venuta, ti amo!”
La cerimonia fu veramente imponente: venne celebrata una messa solenne nel grande cortile della caserma, allietata da pezzi musicali eseguiti dalla banda militare a cui seguì il giuramento degli allievi del corso annuale che emozionò tutti i presenti.
Un ricco rinfresco, molto più abbondante di un pranzo, riunì tutti i partecipanti e concluse la manifestazione.
Pino volle farmi visitare la caserma e vedere la sua camerata dove trovammo un suo commilitone che scriveva una lettera, certo ad una persona a lui cara, con un’espressione triste e sconsolata. “Se tu non fossi venuta- mi disse Pino- saremmo stati in due a rammaricarci di essere soli.”
I superiori avevano lasciato gli allievi liberi di trascorrere il resto della giornata con i loro familiari e Pino mi fece conoscere i luoghi più belli di Firenze: fu un pomeriggio stupendo pieno di gioia e di cultura.
A sera, quando ormai dovevo ripartire, mi volle accompagnare a Bologna
dove avrei dovuto attendere la coincidenza per il treno che mi avrebbe
condotta a Panni; non gli andava che stessi sola in quella stazione sconosciuta e la cosa mi rese certa che, se gli avessi preannunciato il mio viaggio solitario, neanche lui me lo avrebbe permesso.
Il viaggio di ritorno fu tranquillo, nel mio vagone c’erano tre studentesse
universitarie, simpatiche, cordiali e ciarliere che rientravano in Puglia e ci facemmo compagnia.
Quel viaggio oltre ad essere stato un momento felice, mi faceva sentire meno lontano il mio ragazzo perchè potevo pensarlo nell’ambiente in cui viveva e mi rendeva più accettabile la sua lontananza.
Dopo il corso da ufficiale medico a Firenze, Pino completò il suo servizio di leva a Caserta tra i “carristi” ed era impegnato come volontario in Semeiotica Medica a Napoli: la nostra vita ritornava al suo consueto ritmo e procedeva più serenamente.
Spesso trascorrevamo il fine settimana a Napoli o a Foggia quando aveva qualche giorno di licenza. Proprio in una di queste occasioni cercammo di trovare uno studio da fittare per poter iniziare la sua professione: cercavamo un appartamento che potesse essere idoneo,
in un futuro prossimo, anche come abitazione per una giovane coppia che volesse mettere su famiglia.
La ricerca iniziò con entusiasmo un sabato e, per l’intera giornata, visitammo molti appartamenti che, però, non erano adatti alla doppia funzione di studio-casa. L’indomani continuammo il nostro giro di perlustrazione nei dintorni della casa dei genitori di Pino; era già da un bel po’ passato mezzogiorno ed eravamo delusi e sfiduciati per le difficoltà che puntualmente incontravamo ed il mio ragazzo era ormai deciso a rientrare a casa e sospendere per quella settimana la nostra ricerca. Io gli chiesi di arrivare fino in fondo a corso Roma visto che mancavano solo due isolati così, in seguito, non saremmo
tornati sulla strada già percorsa. Giunti all’ultimo palazzo del lungo corso vedemmo un cartello “fittasi”; io sollecitai Pino:” Dai, vediamo solo quest’ultimo e poi andiamo a pranzo!” Pino sorrise ed un po’ a malincuore, acconsentì a subire un’ulteriore delusione.
Saputo dal portiere che l’appartamento da fittare era al secondo piano vi salimmo a piedi perchè l’ascensore era occupato ma, nessuno ci aprì; nel ritornare, davanti alla porta dell’ascensore, vidi brillare una bella goccia di cristallo evidentemente staccatasi da un lampadario, la presi con l’intenzione di affidarla al portiere affinchè la consegnasse al
proprietario. Il portiere ci disse che i signori erano appena scesi e stavano caricando in macchina il lampadario da cui era caduto il pendente che io avevo trovato. Corremmo in strada e porgemmo ai proprietari la loro goccia di cristallo chiedendo se l’appartamento fosse ancora libero e se, gentilmente, ci permettessero di vederlo.
I signori, grati per la gentilezza appena ricevuta, si misero a nostra disposizione: visitammo l’appartamento che sembrava fatto apposta per le nostre esigenze ed, in men che non si dica, fu stipulato il contratto con la soddisfazione dei genitori del mio ragazzo perchè lo studio era vicino a casa loro.
Quando raccontai l’accaduto ai miei, papà commentò:”Lucia, così è la vita, un insieme di combinazioni che ti si presentano da sole senza che faccia niente per determinarle. Niente avviene per caso:quella casa vi aspettava”. Io sorrisi un po’ incredula ma, in altre ircostanze della mia vita, mi sono scoperta a dargli ragione.
Il fine settimana successivo visitammo la Mostra d’Oltremare a Napoli e comprammo i mobili adatti ad arredare lo studio e la sala d’attesa mentre le altre tre stanze rimasero vuote e ci spronavano a sognare il nostro futuro matrimonio come un evento prossimo a realizzarsi.
***..***
Capitolo 12° Il sogno si realizza
*

*

Concluso il periodo di leva, Pino iniziò la sua professione a Foggia e, contemporaneamente, frequentava gli Ospedali Riuniti come volontario in attesa di qualche concorso e si impegnava assiduamente per conseguire la specializzazione in Cardiologia.
Al termine di questo corso di studio superato a pieni voti, i genitori del mio ragazzo escogitarono un estremo tentativo per cercare di dividerci, tentativo che mi ferì profondamente perchè io, ingenuamente o meglio forse stupidamente, mi ero convinta che, frequentandomi con una certa assiduità, mi avevano apprezzata per quello che realmente ero e capii che non avrei mai potuto contare su una loro spontanea considerazione: il mio futuro doveva basarsi unicamente sull’amore che Pino nutriva per me, amore che sapevo grande e degno di fiducia.
Dopo qualche mese, infatti, Pino venne a trovarmi inaspettatamente a Panni.
Era primavera, l’aria frizzante ed appena tiepida dava la certezza di essere usciti dal gelo invernale e rendeva l’anima ed il cuore propensi a cogliere tutto il bello che la vita poteva offrirci.
Eravamo saliti al Castello e sotto lo sguardo complice del “Zitomelone” , proprio a due passi dal luogo in cui da ragazzo e quasi per gioco mi aveva dato il primo bacio, mi chiese di diventare sua moglie.
Sebbene fossimo insieme da oltre dodici anni la sua proposta mi colse quasi di sorpresa, mi sentii per un attimo smarrita, impreparata; l’emozione mi legò la lingua, solo gli occhi gli risposero inondandosi di lacrime.
“Non piangere- mi disse abbracciandomi- non ti sembra che abbiamo aspettato già troppo? Sorridi e dimmi solo di si!”
Sorrisi tra le lacrime e gli sussurrai ” Si”.
Ero scossa dai singhiozzi che non riuscivo a trattenere: l’emozione e la
commozione erano troppo intense per cercare di tenerle nascoste nel cuore, avevo bisogno di esternarle in qualche modo per non rischiare di rimanerne soffocata. ERO TROPPO FELICE!
Seguirono mesi frenetici per i preparativi: don Antonio Longo, il parroco del mio paese nonchè mio collega a scuola, ci diede una valida mano per la promessa di matrimonio; Anna, la sorellina di Pino, divenne la mia madrina di Cresima, sacramento che io non avevo ancora ricevuto , indispensabile per la celebrazione del matrimonio. Costanzo,il mio futuro cognato, e la sua fidanzata furono i testimoni della nostra promessa mentre mio fratello Costanzo e sua moglie organizzarono a casa loro ( non era di moda allora festeggiare nei ristoranti) il rinfresco che ne seguì.
Fu, per me, fonte di gioia la loro affettuosa disponibilità.
Avremmo voluto sposarci nella chiesina di monte Faito dove avevamo vissuta un’intensa emozione ma, ci dissero, non era abilitata per la celebrazione di matrimoni e scegliemmo la cattedrale di Amalfi perchè, in una nostra gita degli anni universitari, fummo incantati dalla bellezza dell’antica repubblica marinara e dallo splendore del suo duomo dedicato a Sant Andrea. La lunga, ripida scalinata resa concava al centro dal continuo salire e scendere dei visitatori ci aveva portato, con i suoi 57 scalini, all’atrio impreziosito dalle artistiche porte bronzee realizzate a Costantinopoli che si aprivano sulle tre navate della bellissima chiesa a croce latina. Stupiti avevamo ammirato il soffitto in oro zecchino della navata centrale e del transetto e, proprio in esso organizzammo, consigliati da don Andrea Colavolpe, la cerimonia religiosa perchè fosse più intima e non venisse turbata dall’andirivieni dei tanti turisti.
Oltre a questo prezioso suggerimento don Andrea ci aiutò a superare,in breve tempo, vari intoppi burocratici ed acconsentì di buon grado alla nostra richiesta di unirci personalmente in matrimonio.
Vicendevolmente ci donammo l’abito per la cerimonia, chiedemmo a Laura
ed Enzo, che si erano nel frattempo sposati, di essere i nostri testimoni di
nozze ed essi accettarono con entusiasmo: erano nostri amici e furono felici insieme a noi.
Tra la scelta delle bomboniere e delle originali partecipazioni trascorsero gli ultimi fine settimana che vivemmo a Napoli e conclusi il mio ultimo anno d’insegnamento a Panni.
Giunse alfine il tredici agosto del millenovecentosessantanove!
La notte avevo rivissuto la nostra storia d’amore, la tenerezza del nostro sentimento, la sua forza, la sua determinatezza e l’alba mi sorprese ancora sveglia ed incredula che il sogno tante volte accarezzato stesse per realizzarsi. Mi sembrava tutto frutto della mia fantasia ma…
…ma l’armadio aperto nell’elegante stanza dell’Hotel Luna, aperto per non
sciupare il sontuoso abito da sposa impreziosito da mille mughetti, mi disse
che era vero, tutto vero.
Il cuore batteva forte: ero ebbra di gioia. La tensione saliva alle stelle, mi
sentivo felice ma anche intimidita dal nuovo ruolo che mi aspettava: “Sarei stata all’altezza della situazione?, avrei saputo essere una buona moglie , una brava mamma?”
Tesa come una corda di violino mi trovò papà quando venne a prendermi
per accompagnarmi all’altare. Mio padre mi guardò commosso ed esclamò:
“Lucia sei bellissima!” Non disse altro e mi porse il braccio.
Era elegante nel suo abito scuro, signorile nel portamento ma soprattutto era il mio papà, la mia forza, la mia sicurezza ed io mi appoggiai a lui fiduciosa e scesi sorridente dall’hotel.
Giunta, però, alla cattedrale, sotto alla sua ripida scalinata, mi sentii incapace di muovermi; le gambe vacillano, il cuore batteva all’imbazzata, ero come uno scalatore che, giunto quasi alla vetta, era vittima di un attacco di panico e rimaneva impietrito all’ultima cordata. Quei gradini antichi mi sembravano una parete liscia, senza nessun appiglio ed io guardavo verso l’alto e mi sentivo incapace di qualsiasi movimento.
Papà dovette cogliere la mia agitazione perchè prese con delicatezza la mia mano destra e la pose sotto il suo braccio sinistro offrendomi quel sostegno di cui avevo bisogno ed io mi aggrappai a lui con fiducia; ad ogni gradino dell’interminabile scalinata la mia presa diventava più forte, quasi spasmodica: dividevo con lui la mia tensione e la vincevo grazie al suo affetto.
In alto mi aspettava impaziente Pino insieme a tutti gli invitati che avevano affrontato un lungo viaggio per condividere con noi questo momento di gioia: non era solo per me interminabile la scalinata del duomo dedicato a sant’Andrea.
Poi tutto divenne incanto: lo sguardo ammirato ed innamorato di Pino, la musica, la bellezza della cattedrale, la cerimonia religiosa mi avvolsero in un’atmosfera sognante ed io mi lasciai prendere dimenticando ogni ansia, facendomi vincere solo da un’emozione dolcissima.
Ero felice ed assaporavo ogni sfumatura della mia felicità!
*
Cap.13° Maria Elena

Quando io e mio marito tornammo dal viaggio di nozze, scoprii che papà aveva un grosso livido sul braccio sinistro, frutto del mio spasmodico aggrapparmi a lui sulla scalinata della cattedrale di Amalfi: non aveva detto niente, stoicamente aveva accettato in silenzio anche il dolore fisico per amor mio. Era meraviglioso averlo accanto!
Anche Pino si trovava bene in compagnia di mio padre ed aveva con lui e con tutta la mia famiglia un ottimo rapporto basato sulla reciproca stima e considerazione che si tramutavano in affetto ed io mi sentivo importante ed appagata perchè capivo che tutto scaturiva dall’amore che essi nutrivano per me.
Tornando a Foggia iniziava per me la vita coniugale: divisa tra la scuola
( insegnavo ad Orta Nova ) e la famiglia di mio marito tornavo nella mia “casa da sposa” solo a sera inoltrata. Avevo immaginato diversamente l’inizio della mia “vita in due” ma mio marito non riusciva a contrariare sua madre che lo voleva il più possibile a casa sua ed il mio amore per lui mi impediva di prendere una posizione, per quanto giusta, che potesse dispiacergli. Dovevo trovare un equilibrio nuovo per non sciupare il bello che stavo vivendo ed, ancora una volta, mi vennero in aiuto gli insegnamenti di papà. Egli diceva che nella vita ogni cosa ha il suo prezzo e che bisogna, nei momenti difficili, saper valutare e serenamente pagare il prezzo richiestoci.
Avevo in me una solida impalcatura su cui costruire la mia vita: senza
discussioni posi sui piatti della bilancia la mia esperienza ed accettai, per
amore, la situazione sperando che durasse poco.
Trascorse così quasi un anno: qualche giorno prima del nostro primo anniversario di matrimonio, il 10 agosto del 1970, la notte di san Lorenzo
giunse una stellina anche per noi, nacque Maria Elena una bimba bellissima
che, oltre a farmi assaporare l’incommensurabile gioia della maternità, mi
regalò il piacere di vivere appieno la mia vita coniugale.
Indimenticabile fu l’emozione del rientro nella nostra casa in “tre”: Pino
avevo portato da Napoli la culla, insieme la rivestimmo di rosa e vi adagiammo la piccola che si guardava intorno curiosa e felice.
Eravamo al settimo cielo, eravamo finalmente una vera famiglia!
La nostra gioia era contagiosa ed invase tutti i familiari che facevano a gara a viziare la nuova arrivata.
L’impegno era oneroso ma l’avevo tanto desiderato che niente mi pesava;
trovavo il tempo, che moltiplicavo con l’entusiasmo, per piccoli lavori a
maglia o di ricamo o per preparare pranzetti gustosi e sempre diversi: mi
sentivo veramente realizzata!
Quando dovetti rientrare a scuola, ancora una volta papà si sacrificò per
me. Egli che non sapeva prepararsi un uovo fritto, sebbene mamma lavorasse a Pietra Montecorvino, decise di rimanere solo a Napoli e permise a mia sorella di venire a vivere a casa mia per aiutarmi con Maria Elena, “Troppo piccola e bella da affidare ad estranei” diceva.
Spesso, a fine settimana, veniva a trovarci da Napoli e non dimenticava mai un regalo per la piccola o per noi. Nella sua riservatezza cercava quasi
di nascondere ciò che portava, lo affidava solo a me perchè io, sapendo
che mai aveva fatto compere senza mia madre, potessi giustificare un
suo eventuale errore. A papà non si poteva dire che ” non si doveva
disturbare” perchè riteneva la cosa quasi offensiva; il manifestare il suo
affetto per lui era, prima un suo piacere personale, mai solo un dovere e
tanto meno un disturbo e, quando lo elogiavo per la sua scelta e mostravo
entusiasmo per il suo regalo, arrossiva, gli occhi gli brillavano ed il viso
si illuminava di quel suo caratteristico sorriso fatto d’orgoglio e di
soddisfazione, si schermiva ma era contento.
La sua presenza era per me come una magia, non avevamo bisogno di
parlare, se avevo un problema, qualche contrarietà, mi bastava vederlo
per capire che ero fortunata, che avevo tutto ciò che potessi desiderare
ed ogni cosa si ridimensionava, diventava più lieve, più facile da sostenere
e superare. Ogni sua visita rappresentava per me un’inezione di forza e
di fiducia in me stessa perchè papà apprezzava sempre ogni cosa che
facevo e me lo dimostrava con un gesto, un sorriso, senza far rumore.
In questa atmosfera di sereno ottimismo Maria Elena cresceva divenendo
sempre più graziosa ed io mi accorsi di essere nuovamente incinta; ne fui
felice perchè ero dell’avviso che i figli non devono avere grande differenza
d’età per vivere bene insieme e crescere in armonia.
In quel periodo mia madre ebbe il trasferimento a Panni e si aspettava
solo il pensionamento di papà per riunire nuovamente la famiglia nel
paese d’origine. Una domenica mattina sentimmo bussare, era troppo presto per visite di estranei e mi allarmai. La mia sensazione non era sbagliata, erano i miei genitori e mio padre aveva una gamba ingessata:
era stato investito mentre attraversava al semaforo da un motociclista
pirata. Portato in ospedale a Napoli, non aveva voluto ricoverarsi ma,
fattosi fare una doccia provvisoria, aveva preferito venire a Foggia
perchè disse:”Qui mi potete curare meglio”. Stava male non tanto per la
frattura alla gamba ma perchè nell’incidente aveva riportato anche
l’incrinamento di alcune costole. Per un po’ stette a casa ma, poi, si manifestò un versamento pleurico e dovette ricoverarsi per cure che non
potevano effettuarsi a domicilio. Fu ricoverato per quasi un mese e,
quando andavamo a fargli visita si mostrava sempre sorridente ed
affermava di essere viziato dai medici, dagli infermieri e dagli altri degenti
che si trattenevano spesso nella sua stanza per fargli compagnia.
Siccome io ero in dolce attesa papà non voleva che andassi in ospedale
” Basta Pino” diceva “Tu riguardati e pensa alla scuola ed a Maria Elena”.
La piccola aveva poco più di un anno e, dopo un’accidentale caduta,si
rifiutava di camminare da sola. Lei, che aveva incominciato a
sgambettare ad otto mesi, voleva la mano per rassicurarsi. Per me la
cosa era motivo d’ansia e preoccupazione: volevo che la bambina
superasse la sua giusta paura, ma non riuscivo ad affrontare con
determinazione il problema perchè temevo di aggravarlo e diventavo
ogni giorno più apprensiva e protettiva.
Quando, finalmente, papà fu dimesso e ritornò a casa, gli preparammo
il letto nel soggiorno e la bambina stava sempre vicino a lui costringendo
me o Lina a starle accanto mano nella mano. Papà, allora, escogitò un
gioco:un sabato, il mio giorno libero dalla scuola, chiese a Maria Elena di
portargli le scatole dei campioni gratuiti di medicinali che mio marito
riceveva dalle varie case farmaceutiche e che occupavano un’intera
anta della libreria dello studio e, con esse, cominciò a costruire delle
alte piramidi che faceva abbattere dalla bambina che si divertiva da
impazzire. La piccola sgambettava felice dallo studio al soggiorno per
costruire la piramide sempre più alta ma, sempre, con una manina saldamente attaccata alla mia mano.
Ad un certo punto, quando il gioco era al culmine del piacere, il nonno
chiese alla nipotina di portargli due scatole per volta così avrebbero fatto
più in fretta ad innalzare la piramide. La bambina rimase interdetta, con
la sua manina non riusciva a prendere due scatole ma una sola; con
dolcezza, reggendola dal vestitino le lasciai libera l’altra mano
incoraggiandola a prendere la seconda scatola:”Dai, la mamma sta
sempre con te e tu puoi portare due scatole al nonno”.
La bimba si fidò:troppo divertente era il gioco per rinunciarci.
Per un po’ la sorressi per il vestitino, poi pian piano, standole sempre
dietro, la lasciai andare da sola e Maria Elena riprese a camminare in
autonomia. Era un vero piacere vederla correre felice, incurante che io
non le fossi più vicino a darle sicurezza.
Eravamo entrambi commossi nel sentirla cinguettare allegramente:
“Ancora, ancora nonno Emminio!” e nel vederla correre felice a prendere
altre scatole. Ancora una volta insieme, con semplicità e buon senso
avevamo risolto un problema importante; ancora una volta mio padre
aveva trovato il modo di ridarmi serenità.

Cap.14° Notte d’incubo

Cap.14° Notte d’incubo

Dopo alcuni mesi, in una gelida notte invernale, il 7-2-1972 alle ore due, nacque Stefania con un parto prematuro e precipitoso che mise in pericolo sia la mia vita che quella della nascitura.
Per fortuna il mio ginecologo, a notte fonda, giunse a casa nel giro di cinque minuti e, in un’atmosfera di tragedia, mi aiutò a mettere al mondo la mia seconda bambina.
Ero circondata da gente in preda al panico: mia sorella svegliò, nel cuore della notte, tre famiglie sconosciute prima di riuscire a comporre il giusto numero telefonico per avvertire i miei suoceri; mio marito non riusciva a trovare le forbici ed il filo di sutura che, in bell’ordine, stavano sul tavolinetto del suo studio e, per tagliare il cordone ombelicale della neonata, prese le forbici da cucina e, per disinfettarle, bruciò dell’alcool in un bel portacenere di vetro di Murano che avevamo comperato durante il nostro viaggio di nozze e che, ovviamente, si ruppe sul comò.
Il ginecologo annodò grossolanamente il cordone ombelicale della bimba e la lasciò sul letto al freddo senza neanche una copertina, per assistere me che avevo una forte emorragia. Alle mie esortazioni di proteggere la piccola dal freddo il dottore rispose di pensare a me stessa: era anche lui preda dell’atmosfera di tensione che aleggiava nella stanza.
Erano tutti in attesa di un’imminente tragedia!
Io ero l’unica ad essere lucida e calma sebbene avvertissi un’infinita debolezza che mi impediva qualsiasi movimento.
Fortunatamente, dopo un paio d’ore, arrivò mio cognato e, in qualità di pediatra, si prese cura di Stefania: le fece il bagnetto, la vestì e la riscaldò. Il suo intervento scongiurò alla bambina conseguenze più gravi ma la piccola soffrì, nei primi sei mesi di vita, di una fastidiosa forma di asma bronchiale ed il suo nasino, intirizzito dal freddo, si ammorbidì solo durante l’estate successiva.
Quell’esperienza traumatizzante, ringraziando Iddio ed il mio ginecologo,si concluse comunque positivamente. Stefania, però, aveva scambiato la notte per il giorno e mi costringeva a stare in piedi l’intera nottata (si addormentava solo dopo la poppata delle sei) e, se nel cielo brillava la luna, si distraeva ed era in qualche modo tranquilla in braccio e dietro i vetri del balcone; ma se la notte era buia, dovevo fare i salti mortali per non farla piangere e permettere a mio marito di riposare per potere
affrontare la sua intensa giornata lavorativa.
Dopo una lunga covalescenza papà si era ripreso dall’incidente occorsogli e, quando dovetti rientrare a scuola dopo la nascita di Stefania, permise a mia sorella di ritornare a casa mia.
Io e Lina ci dividevamo le incombenze delle due bambine ed io riposavo il pomeriggio per poter stare sveglia la notte con Stefania e riuscire ad assolvere dignitosamente il mio impegno scolastico.
Sebbene l’iter giornaliero fosse duro ero serena, le bimbe crescevano bene e l’aiuto di mia sorella mi dava la carica: mi sentivo quasi doppia, una a casa ed una a scuola.
In questo clima di grande impegno ma anche di gioia intensa mi accorsi di essere nuovamente incinta e, sebbene le bambine fossero troppo piccole, augurandomi che arrivasse un maschietto non mi scoraggiai anzi mi caricai di entusiasmo.
Con mio marito ci rendemmo conto che l’appartamento in cui vivevamo era ormai troppo piccolo per le nostre nuove esigenze e cominciammo a cercare una nuova casa.
Non fu una ricerca molto lunga: vedemmo sì degli appartamenti che non ci convinsero ma, dopo pochi giorni, zio Luigino ci informò che, proprio nel palazzo in cui abitava, avevano messo in vendita un bell’attico libero, molto spazioso e ben rifinito anche perchè il costruttore avrebbe voluto trasfersi con la sua famiglia ma, poi, non avevano più attuato il suo proposito.
Lo vedemmo, ci piacque subito e, superando l’opposizione di mia suocera che considerava la casa troppo periferica rispetto
a corso Giannone, lo impegnammo.
Quando papà vide la casa che stavamo comprando disse solo:”Non ve la lasciate scappare, è bellissima!” Era di poche parole ma aveva ragione.
Fu un affare, firmammo il compromesso la vigilia di Natale del 1972 e nel gennaio successivo i prezzi degli immobili ebbero un’impennata davvero spaventosa; Filippo Argentile, il costruttore da cui compravamo, fu un gran signore e non aumentò di una lira il prezzo pattuito affermando di essere compiaciuto che il “suo” appartamento sarebbe stato utilizzato da una coppia giovane e così ben assortita. Gli eravamo simpatici senza alcun dubbio.
Col mutuo ENPAM e con qualche sacrificio divenimmo proprietari del magnifico attico in cui ancora abitiamo.
La vita procedeva con qualche preoccupazione in più ma sempre con tanto entusiasmo ed armonia.
Anche Stefania si adeguò all’atmosfera familiare e mi fece un grande regalo:il giorno del suo primo compleanno, dopo aver spento la candelina tra la gioia festosa di tutti i parenti, si addormentò e si svegliò alle sei del mattino seguente.
Io, incredula, la vegliai tutta la notte, era un miracolo così inaspettato che mi sembrava irreale: Stefania aveva, dunque, capito che la notte era fatta per dormire!?.
Fu una manna divina, ero al nono mese della mia terza gravidanza ed era duro rimanere sveglia tutta la notte con la bimba
in braccio.
Una ventina di giorni più tardi, alle prime avvisaglie di doglie, memore del mio secondo precipitoso parto e consigliata dal dottor Di Leo il mio ginecologo, preferii ricoverarmi e, dopo cinque giorni, il 1° marzo del ’73 nacque Antonio.
Fu un parto alquanto difficile perchè il bimbo aveva il cordone ombelicale avvolto due volte intorno al collo.
La sala parto era letteralmente affollata di medici ed infermieri: era l’ora del cambio di turno e quelli che dovevano smontare non andavano via perchè stava per nascere il figlio del dottor Mastrangelo e quelli che prendevano servizio entravano anche senza camice.
Io mi sentivo a disagio e pregavo Pino di mandarli via ma inutilmente.
Certamente trasmisi la mia inquietudine all’ostetrica che non riusciva a tagliare il cordone ombelicale che rischiava di soffocare il nascituro.
Solo l’intervento provvidenziale del “solito” dottor Di Leo potè scongiurare il peggio ed il bimbo nacque, anche se un po’ cianotico, sano e vivace.
Era ” giovedì grasso” e tra applausi, dolcetti e champagne si festeggiò l’arrivo del sospirato maschio. Eravamo tutti felici!
Papà era letteralmente innamorato di Antonio, gli ricordava Costanzuccio il suo primo figlio, deceduto a soli tre anni per una banale laringite: lo guardava incantato ed il bimbo rispondeva al suo affetto con un trasporto indicibile, gli bastava sentire la sua voce per sorridere.
Due mesi dopo la nascita di Antonio ci trasferimmo nella nuova casa, mi ci perdevo tanto era grande rispetto all’altra.
L’attico occupava l’intero ottavo piano della scala “C” dello stabile e consisteva in uno splendido appartamento di oltre duecento metri quadrati ben suddiviso in una zona notte con tre ampie stanze da letto, un ripostiglio ed un bel bagno
ed una zona giorno composta da uno studio personale, un salone doppio, uno spazioso soggiorno con un’accogliente cucina ed un altro confortevole bagno.
Le stanze erano tutte ampie, luminose e si affacciavano su un terrazzo, un po’ più esteso dell’appartamento, che lo circondava quasi completamente; solo una piccola parte esposta a nord confinava con l’attico dell’altra scala.
Maria Elena e Stefania si rincorrevano felici entrando da un balcone ed uscendo da un altro di un’altra stanza: prendevano possesso del nuovo ambiente nel modo più gioioso e naturale!
La bellezza dell’appartamento era ancora più esaltata dal magnifico e vario panorama che ci offriva: l’esposizione ad est ci permetteva di ammirare il Gargano, mentre quella a sud ed ovest si apriva sull’Appennino dauno ed i monti dell’Irpinia e Panni era lì, proprio di fronte al nostro bel soggiorno ai cui balconi non ho voluto mai mettere tende per potere avere,anche stando in casa, una libera visione dei miei monti natii e godere dei tramonti vari e sempre spettacolari che ci offriva la natura. Avevamo fatto un bel salto di qualità!
Gradualmente, aiutati anche dall’estro del nostro amico e compaesano Mimmo Norcia, arredammo il nuovo appartamento in modo personale ed originale. Il terrazzo fu arricchito con tante piante e fiori che rallegravano le nostre giornate e divenne il parco-giochi privato dei nostri bambini che inventavano in esso mille avventure e piacevoli divertimenti tra loro o insieme ai cuginetti ed agli amici.
Poco dopo la nascita di Antonio papà andò in pensione e ritornò a vivere a Panni insieme a mamma e quando ebbe la “buonuscita” la volle dividere con noi figli; questa decisione oltre ad essere un’ennesima manifestazione di grande affetto da parte di papà, era per me proprio benaccetta perchè le nostre spese erano notevolmente aumentate.
Verso la metà del mese di giugno papà ci informò che voleva andare a Torino per portare a mio fratello Donato la sua parte della “buouscita”.
Lina decise di partire con lui. Io ci rimasi male, non mi sembrò una decisione presa sul momento ma quasi una liberazione premeditata, sentivo che non sarebbe più tornata ma non capivo il perchè del suo volere andare via; l’avevo sempre trattata con sincero affetto e vissi la sua partenza come un abbandono, un tradimento e, per riuscire ad accettarla arrivai ad autoaccusarmi di egoismo.
Forse era proprio così, ero per egoismo risentita mentre lei cercava una sua dimensione autonoma, una sua realizzazione come donna e quando, un anno più tardi, chiese a me ed a mio marito di essere i testimoni delle sue nozze fui felice per lei e
mi rasserenai.
Durante l’estate cercai una signora capace di sostituirmi coi bambini nelle ore di impegno scolastico ma non era come avere mia sorella; ero in ansia e mi agitavo a volte anche senza motivo.
Per fortuna ebbi il trasferimento a Foggia e potevo essere più presente alla mia famiglia e papà, appena ne avevo bisogno, correva a darmi una mano.
Avvertivo la forza del suo affetto, capivo che per lui era un piacere stare con i bambini che lo adoravano, ma mi sentivo in colpa perchè approfittavo della sua disponibilità, incapace di essere autonoma.
Papà colse il mio disagio e sorridendo mi disse:” Vedrai, un giorno avrò anch’io bisogno di te!” Lo abbracciai a lungo: capiva tutto al volo e trovava il modo più semplice per rimuovere le mie difficoltà.

*

**
Cap.15° Il mio ruolo di mamma

Per tre anni insegnai alla scuola media ” S. Altamura” e mi trovavo bene perchè con le scolaresche si instaurò subito un rapporto di stima e simpatia.
Quando Antonio ebbe tre anni di età ed era accettato all’asilo preferii organizzarmi diversamente e trovai un equilibrio migliore.
I bambini andavano volentieri all’Istituto Madonna del Carmine, Maria Elena alla primina e Stefania ed Antonio alla scuola materna; stavano insieme e non sentivano molto la mia assenza. Io andavo a prenderli alla fine dell’orario scolastico e tornavamo a casa sereni.
I ragazzi erano piccoli e, avendo estinto il mutuo con l’ENPAM, era il momento giusto per pensare di costruire qualcosa di solido e, poichè mio marito aveva ancora lo studio nella vecchia casa presa in fitto, decidemmo di comprare uno studio nuovo vicino alla nostra abitazione.
Pino, contrario per natura a sottoscrivere cambiali, avrebbe acquistato un monolocale per non sentirsi in ansia; io, invece, pensavo che un nuovo mutuo non sarebbe stato un grosso problema e quindi, visto che avevamo
tre figli, ero dell’idea di comperare un appartamento che nel futuro potesse servire come casa abitabile per una famiglia.
Dovevamo decidere tra un mini appartamento al primo piano ed uno, ampio e con un bel giardino, in una palazzina in costruzione proprio di fronte alla nostra abitazione. Io ero per l’appartamento col giardino ma mio marito si deprimeva
all’idea di contrarre un mutuo consistente; il mio lavoro di convincimento otteneva risultati altalenanti ed allora chiesi aiuto
al mio papà che la pensava come me ( diceva sempre:” Se puoi comprare non pensarci troppo, pensa invece e molto se decidi di vendere!) e, con semplicità, disse a mio marito che, se gli avesse dato la gioia di divertirsi nel giardino, ci avrebbe dato una mano a comprarlo. Ormai Pino era in minoranza e si lasciò convincere e mai si è pentito della decisione presa.
Con il suo appoggio mio padre mi aveva permesso di superare una mia difficoltà e di realizzare un mio desiderio.
Furono anni intensi: oltre a mio marito, la scuola e la casa, erano i miei figli che mi impegnavano quotidianamente ad un ritmo vertiginoso: ero la loro guida, il loro tassista; li seguivo nei loro impegni scolastici, li accompagnavo a scuola, a lezioni di musica e di danza, in palestra ed in piscina e lo facevo con gioia ed entusiasmo.
Ogni ricorrenza della loro vita era allietata da festicciole con parenti ed amici che partecipavano numerosi e si entusiasmavano ai vari giochi e gare che ideavo per farli divertire.
Era bello vederli crescere sani e sereni e se, a sera, stentavo a riconoscere me stessa allo specchio dopo una giornata interminabile di lavoro, ero orgogliosa della mia vita piena di amore autentico.
Così trascorrevano gli anni delle scuole elementari e medie dei miei figli, certo non mancava di tanto in tanto qualche intoppo ma sempre lieve e risolvibile se affrontato con serietà e gioia di vivere.
Intanto anche mamma andò in pensione ed i miei genitori, più liberi, vivevano d’estate a Panni e, quando il clima diventava rigido, si trasferivano a Foggia dividevano l’appartamento-studio con mio marito. I ragazzi erano molto legati ai nonni e l’atmosfera che si respirava era di cordiale e serena complicità.
Proprio in questi anni a papà fu concessa la possibilità di ricostruire, con l’apporto della legge sui terremoti, le case che aveva al Castello e che, tempo addietro, aveva promesso in eredità a mio fratello Costanzo.
Un sabato, alla vigilia della scadenza per la presentazione del progetto, inaspettatamente, vidi arrivare mio padre con in volto una viva preoccupazione: mi allarmai e gliene chiesi il motivo. Mestamente confermò:”Si, Lucia, sono molto preoccupato: ho qui il progetto per la casa al Castello e, oltre al fatto che non mi piace per niente, mi sono reso conto che dando questa casa ad un solo figlio non sarei in grado di trattare con equità tutti gli altri, potrei accontentare solo tre figli mentre io ne ho quattro. Tu mi devi aiutare, devi preparare un altro progetto che possa accontentare due figli e non uno solo.” “Papà – replicai – io potrei anche tentare di modificare l’attuale progetto ma credo che la cosa non piacerà a Costanzo che è sicuro che quella casa sarà tutta sua”. ” Io sono dispiaciuto di non potere mantenere fede alla promessa a suo tempo fatta a tuo fratello, ma Costanzo è intelligente e capirà che non posso comportarmi diversamente.” Era triste ma determinato e fiducioso che io potessi realizzare il mezzo miracolo che mi richiedeva.
Se avessi potuto avrei decuplicato lo spazio di cui disponeva, ma c’era solamente un quadrato di circa otto metri per lato ed un progetto che lo dimezzava in ripide scalinate ed inutili corridoi.
Papà dimostrava una notevole fiducia nelle mie capacità di “mancato architetto”, una mia passione giovanile ed io cercai di non deluderlo.
Mio marito, al suo rientro, mi trovò ancora alle prese con righe, squadre e fogli quadrettati. Era sabato notte ormai ed il lunedì successivo papà doveva presentare l’ultima possibile modifica al progetto primario e, quindi, non c’era tempo da perdere.
Avevo ormai preparato un nuovo progetto che, in grandi linee, mi soddisfaceva ma che bisognava perfezionare.
Anche Pino si appassionò all’idea ed, insieme, trascorremmo quasi tutta la notte a migliorarlo.
Era l’alba allorchè ritenemmo che il progetto approntato forse sarebbe stato accettato anche da mio fratello che, in quanto a spazio utile,non perdeva quasi nulla rispetto al vecchio.
L’indomani, dopo aver riprodotto in scala il progetto definitivo, telefonai a Costanzo per metterlo al corrente della faccenda; la sua prima reazione, come prevedibile, non fu di compiacimento ma, poi, capì le ragioni di papà ed il progetto fu presentato e realizzato con piena soddisfazione di mio padre che aveva commentato il mio impegno con un laconico quanto sentito:
” Sapevo di poter contare su di te!”
Ancora una volta la nostra intesa aveva risolto un problema importante ristabilendo l’armonia e la serenità della nostra famiglia.
La nuova casa fu divisa tra Costanzo e me, l’arredammo con entusiasmo ed, appena potevamo,ci recavamo a Panni per la gioia dei ragazzi e dei miei genitori.

*
Cap. 16° Impegno coraggioso

Questa armonia fu, però, turbata dalla scoperta che mamma era diabetica: bisognò ricoverarla per oltre tre mesi.
Papà era annichilito, l’idea di perdere mia madre gli era insopportabile; sarebbe stato volentieri ventiquattro ore al giorno
in ospedale ma non era possibile perchè, essendo un reparto femminile, gli uomini erano ammessi solo nell’orario di visita.
Ancora più evidente appariva il nostro affetto, ci sostenevamo l’uno con l’altra ed insieme rincuoravamo mamma che,
dovendo essere alimentata con un sondino, accettava solo da me il cibo che le portavo, frullato, tre volte al giorno.
Sebbene le condizioni di mamma fossero gravi, un po’ alla volta, con le cure adeguate e le assidue attenzioni di tutti,
si riuscì a stabilizzare il suo diabete ed a riportarla a casa serena.
Fu un periodo di grande difficoltà ma ripagato dall’esito positivo della situazione e dalla gratitudine di papà e mamma che, ristabilitasi, parlava di me come della sua salvatrice mentre mio padre dichiarava, senza mezzi termini, che io avevo
realizzato tutte le sue aspettative, avevo risposto ad ogni suo desiderio, ad ogni sua sollecitazione e si dichiarava
pienamente soddisfatto non solo di me ma anche di se stesso, della sua capacità di guidarmi nella mia realizzazione.
Io ci scherzavo: “Papà, non inneggiarmi troppo, potrei deluderti!” egli sorrideva e cambiava discorso.
Intanto i ragazzi erano ormai adolescenti con le naturali problematiche della loro età, le prime cotte, i primi segreti.
Le scuole superiori li impegnavano maggiormente negli studi, erano attivi volontari nella socializzazione sia della parrocchia
che dell’AS.SO.RI. l’associazione che mio cognato, dopo la nascita di Marco, aveva istituito favore dei “diversamente abili”
e partecipavano a livello agonistico a manifestazioni di nuoto pinnato, allenandosi costantemente.
Stavano diventando grandi e mi accorgevo di non poter più essere, come negli anni precedenti, onnipresente nella loro vita.
Maria Elena aveva un folto gruppo di amici e manifestava uno spiccato senso d’indipendenza, Stefania aveva trovato in un compagno di liceo e di piscina il suo fidanzatino e sembrava appagata di questo suo sentimento, mentre Antonio, un po’ irrequieto, viveva l’ultimo anno delle scuole medie con qualche superficialità alla ricerca di quel “quid” che neanche egli
stesso era in grado di definire.
Io ero lì attenta ma mi sentivo impotente di fronte alla imponderabilità del loro futuro; papà lesse nei miei occhi questo mio disagio e, con affetto, cercò di rincuorarmi:”Non ti preoccupare oltre il dovuto Lucia, li hai ben educati sia con la parola che con l’esempio; ora devono affrontare autonomamente la vita, tu puoi aiutarli, sostenerli ma non puoi sostituirti a loro, nè evitare i loro errori”.
Aveva ragione ma mi sentivo inquieta, sapevo che correvano mille pericoli, che la società non era tenera e tremavo per ogni ritardo, per ogni anche se piccolo imprevisto. Come è arduo essere genitori!
Maria Elena era giunta alla maturità classica che conseguì brillantemente: si apriva per lei l’orizzonte dell’università, la scelta della strada da percorrere per la sua realizzazione futura.
Aveva espresso il desiderio di iscriversi alla facoltà di Medicina “per potere aiutare i bambini dell’Africa” , ma mio marito la dissuase ed ella optò per la facoltà di Psicologia pensando ai ragazzi dell’AS.SO.RI. dove aveva fatto volontariato fin dalle scuole elementari.Doveva seguire il suo corso di studi a Roma e, perciò, allontanarsi da casa; mi si stringeva il cuore al solo pensiero ma non volevo manifestare questo mio sentimento apertamente: lo spirito libero da cui ella era animata ne avrebbe certamente sofferto o si sarebbe ribellato. Era meglio, molto meglio, sostenerla nella sua scelta, sorridere ed incoraggiarla che farle pesare il mio disagio per la sua partenza e la coinvolsi con entusiasmo nei preparativi.
I figli sono dei genitori sintanto che necessitano delle loro cure per vivere, poi devono camminare con le proprie gambe, bisogna saper donare loro sicurezza e serenità senza creare ostacoli che possano rendere più difficile il loro cammino nella vita.
Era diventata grande, di una bellezza disarmante ed io la vedevo delicata, forse fragile, a dover affrontare la vita lontana dal nido senza l’assiduo sostegno che le era sempre stato assicurato, ma Maria Elena si dimostrò all’altezza della situazione sin dai primi giorni ed, al ritorno a casa per le vacanze natalizie del suo primo anno accademico, la scoprii più matura, autonoma, sicura di sè, contenta della sua sistemazione a Roma, delle sue nuove amicizie e principalmente del suo corso di studio.
Io la guardavo entusiasmarsi nel suo discutere, nel difendere le sue sentite, originali e personali posizioni e me ne sentivo inorgoglita e rassicurata. Aveva iniziato col piede giusto il suo autonomo cammino nella vita!
Ma, come spesso avviene nell’esistenza umana, quando una cosa sembra incanalarsi nella giusta direzione, un’altra arriva a crearci preoccupazioni: come un fulmine a ciel sereno Stefania ed il suo ragazzo ci confessarono che ci avrebbero precocemente regalato un nipotino. Erano circa tre anni che conoscevamo sia il ragazzo che la sua famiglia ed il nostro rapporto era sempre stato cordiale, improntato sulla simpatia e la stima reciproca. La notizia era, però, una vera bomba, egli aveva appeno compiuto diciotto anni, lei uno in meno: cosa fare!?
Papà, visto il mio sconcerto, cercò di sostenermi: “Lucia- mi disse- non siamo responsabili degli eventi che la vita ci riserva, sia che essi ci arrivino dall’alto dei cieli o dalle visceri più profonde della terra; noi non possiamo fare altro che cercare di risolverli nel migliore dei modi. Ognuno viene considerato non per gli eventi che gli capitano ma per come riesce ad affrontarli. Sii te stessa anche in questa circostanza e vedrai che tutto prenderà la giusta piega”.
Aveva ancora una volta ragione ed, ancora una volta, aveva suscitato in me la reazione più opportuna.
Dopo aver analizzato insieme a mio marito i sentimenti e le intenzioni dei ragazzi, concordammo il matrimonio ad una sola condizione: noi saremmo stati disponibili alle loro nuove necessità ma entrambi dovevano impegnarsi a laurearsi perchè non poteva andare sprecata la loro brillante intelligenza nè limitato il loro futuro.
Il 18 marzo del 1989 si sposarono con una cerimonia toccante e gioiosa tra tanti amici e tutti i parenti.
La gioia, però, anche se responsabile e piena di impegno per il futuro, non poteva essere duratura: mia madre, infatti, due giorni dopo il loro bel matrimonio fu nuovamente ricoverata per grave insufficienza renale: il suo organismo non sopportò la necessaria dialisi e si spense in meno di un mese.
La sua dipartita lasciò in me un incolmabile vuoto, una terribile sofferenza, un grande senso di impotenza: questa volta non ero riuscita a darle conforto sebbene mi fossi impegnata allo strenuo delle mie capacità.
Mio padre era muto, attonito guardava noi figli quasi a chiederci il perchè di quella dolorosa scomparsa.
Mi avvicinai a lui e gli sussurrai: “Papà, ti voglio bene!” e finalmente scoppiò in lacrime. Era come se un tappo fosse saltato via dando sfogo al suo dolore permettendogli di prendere coscienza della tragica realtà.

*
Cap. 17° Terribile prova inaspettata

Per fortuna pochi mesi più tardi nacque il nostro primo nipotino; Michele arrivò come una benedizione divina a lenire il dolore per la perdita di mia madre.
Una nuova vita, un esserino delicato, tenero e vivace catturò tutti i membri delle due famiglie che, a gara, si prodigavano perchè alla novella unione non mancasse neanche il superfluo.
I ragazzi occupavano l’appartamento dei miei genitori e continuarono, come promesso, con impegno i loro studi.
Papà, dopo la morte di mamma, si era trasferito a casa mia ed Antonio volle cedergli la sua stanza perchè diceva:”Nonno Erminio deve avere la sua privacy” , dimostrando ancora una volta il suo grande affetto per mio padre.
Stefania, conseguita la maturità scientifica, si iscrisse a Bari alla facoltà di Matematica per soddisfare le sue naturali inclinazioni. Per un paio d’anni si sistemò con la sua famiglia a Bari ma, quando il marito si laureò in Economia e Commercio, preferirono ritornare a Foggia e lei, per frequentare l’università, divenne pendolare.
Questa decisione, anche se gravosa, sembrava non le pesasse; a me, invece, appariva un disagio inutile che poteva evitarsi senza problemi ma avevano stabilito loro così e noi non potevamo far altro che sostenerli nelle loro esigenze.
Il bimbo cresceva evidenziando una vivace intelligenza: a meno di un anno si esprimeva con pensierini compiuti e sgambettava sicuro, era un vero piacere!
Antonio si perdeva dietro il nipotino ed, a volte, per lui trascurava un po’Tiziana, la sua fidanzatina, compagna di liceo che, per fortuna, non se ne adombrava perchè anche lei era affezionata al piccolo e lo coccolava amorevolmente.
Michele, da parte sua, si faceva amare: era affettuoso e loquace, simpatico e gentile con tutti.
Con me era proprio un ruffiano, sapeva cogliere ogni mia disponibilità: diventammo amici inseparabili, insieme inventavamo nuovi giochi ed avventure di ogni genere.
Spesso io mi fingevo principessa indifesa e Michele diventava il principe o il cavaliere che mi salvava da pericoli inesistenti; altre volte mi trasformavo in una splendida farfalla Vanessa che bisognava difendere dai vari monelli che volevano catturarla. Era bello diventare bambina insieme a lui e sentire la sua manina morbida cercare la mia con fiducia e gioiosa tenerezza: avvertivo di essere la sua nonna preferita e ne ero felice.
Sembrava tutto una bella favola!
Le cose belle, però, spesso durano poco: quando Michele aveva cinque anni di età e frequentava la primina, come un fulmine a ciel sereno, i suoi genitori decisero di divorziare.Avevano certamente dei problemi ma li avevano così ben celati che sia noi che i nostri consuoceri non li avevamo minimamente colti. Furono irremovibili, non accettarono alcun consiglio per cercare di salvare il loro matrimonio che entrambi, a suo tempo, avevano voluto con inaudita determinatezza.
Fu l’unico momento in cui mio padre non cercò neanche di consolarmi, condivideva il mio dolore ma non riusciva ad accettare la loro decisione che cozzava troppo con la sua convinzione dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e non riteneva possibile che un genitore potesse, a cuor leggero, allontanarsi dal proprio figlio.
Ancora più caro mi divenne quel nipotino a cui dedicavo ogni energia.
Antonio, conseguita la maturità, si iscrisse alla facoltà di “Giurisprudenza” alla “Sapienza” a Roma, deludendo le aspettative di mio marito che lo avrebbe voluto medico come lui. Antonio, però, non si sentiva di vivere i dolori degli altri senza soffrirne e, quindi, non si riteneva idoneo alla professione medica.
Nel contempo Maria Elena si laureava brillantemente in Psicologia e divideva la sua vita tra Foggia, dove si impegnava con entusiasmo presso l’AS.SO.RI e nello studio privato che aveva aperto con alcuni colleghi, ed a Roma per conseguire la sua prima specializzazione.
Sicura ed attiva sembrava non aver mai bisogno di riposo: mille progetti ed altrettante attività riempivano fino all’inverosimile la sua giovane vita.
Stefania frequentava il suo ultimo anno accademico quando ci presentò Armando, un ragazzo di poco più grande di lei, come il nuovo compagno della sua vita: era iscritto alla facoltà di Medicina e manifestava un carattere serio e responsabile.
Dalla loro unione nacque, un annetto più tardi, Giulia la nostra seconda nipotina, una bimba graziosissima.
Papà era partito, qualche giorno prima della sua venuta al mondo, per Torino invitato da mio fratello Donato nella sua tenuta di campagna che aveva appena comprata e dopo circa un mese era tornato in compagnia del marito e del figlio di mia sorella per trascorrere l’estate a Panni. Si erano fermati a Foggia per salutarci e conoscere la neonata, purtroppo Stefania con la sua famiglia era andata al mare, ospite dei suoceri.
Io mi dispiacqui per il contrattempo ma mio padre, sorridendo divertito, bonariamente mi canzonò:” Ma che problemi ti fai? Quando rientreranno verranno loro a salutarmi a Panni. Statti serena!”. Il suo pensiero non faceva una grinza ma io sentivo nascere in me una strana sensazione, un’urgenza che non mi sapevo spiegare e che mi procurava un senso d’angoscia.
Era il 13 agosto del 1997, il ventottesimo anniversario del mio matrimonio, ma siccome era anche l’ultimo giorno di servizio di mio marito prima delle ferie estive, avevamo deciso di festeggiarlo il 15 insieme alla famiglia di mio cognato a Siponto dove avevamo fittato una villetta per le vacanze estive.
La mattina di ferragosto mi era alzata presto per preparare, a richiesta generale, il ragù secondo la ricetta di mia madre e le aragoste che mio marito aveva prenotate già da tempo. Avevo approntato i piatti forti per il pranzo; ora dovevo dedicarmi solo agli antipasti, ai contorni ed alla macedonia. Uno alla volta si svegliarono tutti e, con la scusa di vedere cosa avevo preparato, cercavano di fare una colazione insolita preferendo una coppa di macedonia alla classica tazza di caffè-latte.
In casa si respirava un’aria serena e festaiola allorchè, poco dopo le ore dieci, ricevemmo una telefonata da Panni: era mio cognato che ci avvertiva che papà non stava bene, aveva chiamato il dottore di turno alla guardia medica il quale aveva diagnosticato un banale riacutizzarsi di una vecchia bronchite senza notare niente di preoccupante. A lui, invece, papà appariva sofferente come non lo aveva mai visto e si era sentito in dovere di mettercene al corrente.
Sapevamo che papà in inverno facilmente manifestava questo disturbo ma, in piena estate, ci sembrò strano ed in fretta io e mio marito partimmo. Pino si rifornì, a Foggia, di alcuni medicinali di pronto intervento e giungemmo a Panni verso mezzogiorno. Papà ci accolse con un gran sorriso esclamando:” Come siete arrivati presto! Avete preso l’aereo?”. Era seduto al tavolo e giocava a carte con il nipote. Io sorrisi, mi ero tanto allarmata per la telefonata che mi aspettavo papà a letto in gravi condizioni e mi si era aperto il cuore a vederlo in piedi e scherzando dissi:” Ma che bel malato! I malati stanno a le…”. Pino mi interruppe: “Lucia, papà è in edema polmonare!” Lo aveva capito dal suo modo di parlare ed io mi raggelai. In fretta mio marito preparò una siringa con il medinale che aveva portato ma inutilmente; papà mi aveva solo aspettata, non voleva andarsene senza avermi salutata.
A niente valsero i tentativi di soccorrerlo con la respirazione bocca a bocca e manovre varie per fargli arrivare un po’ d’ossigeno ai polmoni. Nel giro di pochi minuti papà esalò il suo ultimo respiro tra le braccia mie, di mio marito e di mio cognato Marco.
Io non potevo, non volevo accettare l’evento, la mia mente si rifiutava di registrare la dipartita di papà, solo il cuore soffriva tanto violentemente che sembrava volesse scoppiarmi nel petto: papà, il mio papà, non c’era più, non avrei più goduto della sua presenza, della sua saggezza, del suo amore smisurato e senza alcuna riserva!
Era una perdita troppo grande e che mai avevo immaginato possibile.
Mi rimaneva solo il suo stupendo sorriso, quello che gli era affiorato sul viso quando mi aveva visto arrivare; lo sapeva che sarebbe stato l’ultima volta e mi aveva sorriso con una tale intensità che le sue labbra, anche nel rigore della morte , lo avevano voluto conservare, forse per farmi capire che era morto felice.
Ora il mio tributo di figlia affettuosa poteva essere solamente quello di prepararlo come se andasse ad una festa, elegante e distinto come quando mi aveva accompagnato all’altare.
Senza parole pregai Dio di accoglierlo tra i “Giusti” perchè, per me, quello è il suo posto.
Solo ora capivo quella strana sensazione che avevo vissuto a Foggia due giorni prima quando non mi era stato possibile fargli conoscere la piccola Giulia; avevo in un attimo previsto, incosciamente, il precipitarsi di questo tragico evento, avevo colto, senza capirla, la terribile legge naturale che già otto anni prima avevo sperimentato: avrei perduto anche mio padre come avevo perso mia madre all’arrivo di un nuovo nipote, perchè la vita, se ti regala una cosa bella, esige e te ne ruba un’altra altrettanto importante.
Che grande mistero è la vita e la morte non rappresenta altro che il suo culmine più arcano!

*
Cap. 18° La forza dell’amore

Papà, la vita ha giocato con me come il gatto col topo, un gatto malvagio,
diabolico, creando situazioni inaccettabili, dolori sottili ma così lancinanti
da togliere il respiro eppure, eppure in questa lotta impari, ho sempre tenuto testa alle avversità con fronte altera e fiducia che mi veniva dai tuoi insegnamenti che, certo, non potevano cambiare la realtà ma me la facevano cogliere nel suo aspetto migliore, in quello che era il lato positivodella medaglia.
Era, così, più facile lottare, si guardava con più ottimismo verso il futuro ed il presente disagio si superava con un sorriso.
Rappresentavi per me un magico filtro della cattiveria umana contro la cui forza devastatrice non basta nè onestà, nè
lealtà, nè dedizione, nessuna insomma di quelle che noi consideravamo virtù;la si potrebbe contrastare, forse, solo con
cattiveria ancora maggiore, ma…si dovrebbe essere capaci di divenire tanto perversi da riuscire a guardarsi allo specchio
senza provare un senso di ribrezzo verso se stessi.
Ora, per quanto io giri e rigiri questa medaglia pesante come un macigno, non c’è scampo: c’è sempre la stessa immagine
effigiata su entrambe le facce.
A me, che credevo di aver vissuto con la tua dipartita il dolore più grande che potesse capitarmi, la vita ha insegnato che, quando ti sembra di aver toccato il fondo della disperazione, un altro precipizio si apre sotto i tuoi piedi ancora più orrido che inghiottisce ed annienta ogni tua certezza. Da quando non sei più accanto a me, la vita ha investito il mio
mondo come un tornado irrefrenabile e con una tale violenza da sconvolgerlo tutto: anche il mio equilibrio interiore,
annichilito, vacilla.
E’ iniziata per me l’era del Dolore, di quel dolore che non si può contrastare: è come una trivella, messa in moto da una
maledizione antica e malvagia, che penetra l’anima ed il cuore con la sua forza devastante e non si ferma davanti a niente…
Ed io sono qui alla finestra con le ante spalancate nel vuoto e guardo, impotente, il mio mondo trasformarsi in un cumulo di macerie ed, incessante, il cupo rumore della trivella penetra il mio cervello e lo annebbia di polvere e di detriti.
Perchè? Dove ho sbagliato per meritarmi tanto?
Una lacrima, lenta, riga il mio viso, si appiccica alla pelle: non vuole cadere in quel nulla che tanto mi attrae… e, da quel nulla, evanescente sale una mano, trasparente, leggera e tenera, giusto in tempo a raccogliere la mia unica, amara lacrima e la sostiene tonda, quasi solida. Un soffio delicato la gonfia fino ad avvolgere, a contenere in essa tutto il mio mondo, tutto il male ed il dolore che pesa sul mio cuore. Ondeggia la mia lacrima rigonfia, ondeggia come una bolla di
sapone, come quelle che tu mi preparavi ed io, bambina gioiosa, mi divertivo a scoppiare. Tutte le scoppiavo, tutte tranne quelle che si posavano intatte sui vetri e che tu ingrandivi delicatamente con la cannuccia che altro non era che un maccherone bucato che, di nascosto, rubavamo alla mamma la quale non voleva che ” la grazia di Dio venisse sciupata in stupidi scherzi”. Eri così bravo ad ingrandire quelle bolle che diventavano enormi ed in esse si rifletteva la luce in tutti i colori dell’arcobaleno. Io ti guardavo sospesa, non osavo respirare per paura di farle scoppiare prima che tu ritirassi la cannula e, fiero, mi mostrassi il tuo capolavoro.
Ondeggia la mia lacrima e mi riporta la tua voce rivolta a mamma:” Marì, guarda tua figlia, vedi com’è contenta; la sua allegria è una grazia di Dio senza prezzo, non si può comprare” e riprendevi il gioco certo di essere nel giusto.
Ora sei qui, vicino a me, a chiudere queste pericolose imposte spalancate sul Nulla, a dare sostegno a questo mio terribile dolore, a darmi la forza di non gridare per non frantumare l’ultima tua bolla non di sapone ma d’amore che diventa iridescente per cercare di velare in qualche modo il male che contiene, per cercare di rasserenarmi ancora una volta. Dura è la vita ma continua, deve continuare!
Devo, ancora una volta, raddrizzare le spalle, risollevare la fronte e nascondere il dolore con un sorriso.
Il mio sorriso, però, è amaro, forzato ed ancora cerco in te, nella tua presenza, ormai irreale presenza, la forza di proseguire e cerco di riportarti alla vita reale scrivendo di te e di me come se fossimo ancora insieme: in questo impegno la mente si sforza ancora di sperare ed il cuore di amare… Grazie papà!
**
FINE

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