”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

18-capitolo diciottesimo

Cap. 18° La forza dell’amore

Papà, la vita ha giocato con me come il gatto col topo, un gatto malvagio,
diabolico, creando situazioni inaccettabili, dolori sottili ma così lancinanti
da togliere il respiro eppure, eppure in questa lotta impari, ho sempre tenuto testa alle avversità con fronte altera e fiducia che mi veniva dai tuoi insegnamenti che, certo, non potevano cambiare la realtà ma me la facevano cogliere nel suo aspetto migliore, in quello che era il lato positivodella medaglia.
Era, così, più facile lottare, si guardava con più ottimismo verso il futuro ed il presente disagio si superava con un sorriso.
Rappresentavi per me un magico filtro della cattiveria umana contro la cui forza devastatrice non basta nè onestà, nè
lealtà, nè dedizione, nessuna insomma di quelle che noi consideravamo virtù;la si potrebbe contrastare, forse, solo con
cattiveria ancora maggiore, ma…si dovrebbe essere capaci di divenire tanto perversi da riuscire a guardarsi allo specchio
senza provare un senso di ribrezzo verso se stessi.
Ora, per quanto io giri e rigiri questa medaglia pesante come un macigno, non c’è scampo: c’è sempre la stessa immagine
effigiata su entrambe le facce.
A me, che credevo di aver vissuto con la tua dipartita il dolore più grande che potesse capitarmi, la vita ha insegnato che, quando ti sembra di aver toccato il fondo della disperazione, un altro precipizio si apre sotto i tuoi piedi ancora più orrido che inghiottisce ed annienta ogni tua certezza. Da quando non sei più accanto a me, la vita ha investito il mio
mondo come un tornado irrefrenabile e con una tale violenza da sconvolgerlo tutto: anche il mio equilibrio interiore,
annichilito, vacilla.
E’ iniziata per me l’era del Dolore, di quel dolore che non si può contrastare: è come una trivella, messa in moto da una
maledizione antica e malvagia, che penetra l’anima ed il cuore con la sua forza devastante e non si ferma davanti a niente…
Ed io sono qui alla finestra con le ante spalancate nel vuoto e guardo, impotente, il mio mondo trasformarsi in un cumulo di macerie ed, incessante, il cupo rumore della trivella penetra il mio cervello e lo annebbia di polvere e di detriti.
Perchè? Dove ho sbagliato per meritarmi tanto?
Una lacrima, lenta, riga il mio viso, si appiccica alla pelle: non vuole cadere in quel nulla che tanto mi attrae… e, da quel nulla, evanescente sale una mano, trasparente, leggera e tenera, giusto in tempo a raccogliere la mia unica, amara lacrima e la sostiene tonda, quasi solida. Un soffio delicato la gonfia fino ad avvolgere, a contenere in essa tutto il mio mondo, tutto il male ed il dolore che pesa sul mio cuore. Ondeggia la mia lacrima rigonfia, ondeggia come una bolla di
sapone, come quelle che tu mi preparavi ed io, bambina gioiosa, mi divertivo a scoppiare. Tutte le scoppiavo, tutte tranne quelle che si posavano intatte sui vetri e che tu ingrandivi delicatamente con la cannuccia che altro non era che un maccherone bucato che, di nascosto, rubavamo alla mamma la quale non voleva che ” la grazia di Dio venisse sciupata in stupidi scherzi”. Eri così bravo ad ingrandire quelle bolle che diventavano enormi ed in esse si rifletteva la luce in tutti i colori dell’arcobaleno. Io ti guardavo sospesa, non osavo respirare per paura di farle scoppiare prima che tu ritirassi la cannula e, fiero, mi mostrassi il tuo capolavoro.
Ondeggia la mia lacrima e mi riporta la tua voce rivolta a mamma:” Marì, guarda tua figlia, vedi com’è contenta; la sua allegria è una grazia di Dio senza prezzo, non si può comprare” e riprendevi il gioco certo di essere nel giusto.
Ora sei qui, vicino a me, a chiudere queste pericolose imposte spalancate sul Nulla, a dare sostegno a questo mio terribile dolore, a darmi la forza di non gridare per non frantumare l’ultima tua bolla non di sapone ma d’amore che diventa iridescente per cercare di velare in qualche modo il male che contiene, per cercare di rasserenarmi ancora una volta. Dura è la vita ma continua, deve continuare!
Devo, ancora una volta, raddrizzare le spalle, risollevare la fronte e nascondere il dolore con un sorriso.
Il mio sorriso, però, è amaro, forzato ed ancora cerco in te, nella tua presenza, ormai irreale presenza, la forza di proseguire e cerco di riportarti alla vita reale scrivendo di te e di me come se fossimo ancora insieme: in questo impegno la mente si sforza ancora di sperare ed il cuore di amare… Grazie papà!
**
FINE

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