03-capitolo terzo

Cap. 3° Incontro importante

Tutta questa palestra di vita fu il bagaglio a cui attingere quando, a undici anni, lasciai Panni per Foggia e, per
continuare gli studi, dovetti affrontare la vita senza il sostegno dei miei genitori.
Sentivo oltremisura il distacco dal mio paesello dove era tutto semplice e facile per me; mi mancavano le mie
compagne di scuola e di giochi, le nostre gare con la corda per saltare, le corse lungo le liste dell’acciottolato
di corso Vittorio Emanuele II, le gioiose passeggiate al Castello e le Murge dove giocavamo a nascondino e ci
sentivamo grandi e libere in quanto trasgredivamo l’ordine dei genitori di non salirci perché pericolose.
Era una sfida, salivamo non per le normali scale ma per una ripida inerpicata da capre all’altezza della fontanella:
la più brava era chi riusciva a salirci con meno tentativi enel più breve tempo possibile.
Arrivare alla “spaccazza” era il nostro limite; più in là non osavamo spingerci troppo grande era la paura di poter
precipitare nel baratro o di incontrare “lu scazzematjédde”, il piccolo gnomo porta-fortuna, che la leggenda locale voleva lo abitasse ed a cui si riconosceva la facoltà di esaudire ogni desiderio alla persona che riusciva a strappargli il cappello ed a scuotere il sonaglio che ne ornava la punta.
Al mio paese ero libera di andare ovunque, tutti mi conoscevano ed io mi sentivo sicura e protetta.
A Foggia, invece, avvertivo il distacco, la freddezza della gente: ognuno andava per la sua strada senza salutare,senza sorridere agli altri che incontrava.
Questo, allora, per me era incomprensibile e ne soffrivo.
C’erano mia sorella ed i miei fratelli che cercavano, in ogni modo, di alleviare la mia lontananza da casa; non mi lasciavano mai sola eleggendomi a mascotte della loro comitiva e, quando la nostalgia diveniva insopportabile, mi prendevano bonariamente in giro cantandomi “Vola, vola lu cardille”.
Furono anni duri:non riuscivo a crearmi amicizie a Foggia e quelle di Panni non le ritrovavo più tornando così raramente.
Gli unici giorni belli erano le domeniche in cui i nostri genitori venivano a trovarci: per me era festa, mamma ci preparava tante cose buone da mangiare e papà sapeva creare l’atmosfera di casa, calda e gioiosa.
Nel secondo anno della mia lontananza da Panni perdetti nonna Saveria che amavo e da cui ero amata teneramente. Il suo affetto sincero e senza fronzoli, le impagabili fiabe che raccontava e che, per sfida, voleva che io concludessi con la mia fantasia, la sua disponibilità ad ogni mio desiderio erano una rinuncia troppo grande per la mia sensibilità di bambina: perdevo con lei il mondo della mia infanzia in cui rifugiarmi quando ero triste e Foggia e la scuola mi apparivano un luogo ostile, inospitale.
Nel frattempo crescevo e lo leggevo negli sguardi di apprezzamento degli amici dei miei fratelli più che nel minuscolo specchio che avevamo nelle case disadorne prese in fitto.
Un giorno, eravamo ritornati a Panni per le vacanze estive, raccontavo a mia sorella Lina che un ragazzo mi aveva fermata per strada ( allora era cosa normale e ricorrente) per farmi una dichiarazione d’amore, la mia prima esperienza del genere e mia sorella , incuriosita, mi chiese:”E tu cosa hai fatto?”. “Sono scappata” risposi candidamente.
Non sapevo che papà stesse nella stanza da letto, ma egli aveva seguito il mio racconto, uscì e, con estrema calma, mi disse che il mio comportamento era stato da persona sciocca:”Si scappa da chi si comporta male non da chi ti si avvicina con garbo e gentilezza.”
Ero diventata donna anche ai suoi occhi ed io mi adeguai al suo insegnamento.
Trascorrevano così, in uno stato di diffuso malessere, gli anni delle scuole medie inferiori: cercavo di fare del mio meglio ma non ero appagata.
Avevo appena sostenuto gli esami di terza media e ritornavo a Panni con mio fratello Costanzo quando, scendendo dal treno nella piccola stazione, incontrammo l’insegnante Mario De Cotiis con suo nipote Pino Mastrangelo di un anno più grande di me, elegante e cordiale.
Aspettando il pullman tra don Mario e mio fratello, diplomatosi da poco,si istaurò uno scambio di idee fitto fitto e, sull’autobus, occuparono lo stesso sedile per continuare la loro conversazione.
Pino ed io li imitammo, ci sedemmo insieme e prendemmo a raccontarci le nostre esperienze scolastiche con semplicità e simpatia. Era ospite degli zii per trascorrere a Panni un breve periodo di vacanza ed essendo amico di mio fratello Donato spesso veniva a casa nostra. Un giorno avevo colto delle rose e le stavo sistemando nel portafiori allorché entrò Pino ed ammirò tanto i miei fiori che mi sembrò naturale offrirgli un bocciolo che,spavaldamente, infilò nel bavero della sua giacca beige.
Divenne una consuetudine: tutte le volte che veniva a chiamare Donato io gli donavo, senza alcuna malizia, un fiore.
Una mattina gli avevo regalato un bel bocciolo di rosa tea e mi ero seduta sulla soglia di casa a lavorare all’uncinetto quando, verso mezzogiorno, una bella ragazza mi salutò allegramente; aveva in mano il bocciolo che io avevo donato a Pino.
Ci rimasi male, tanto male che, senza dire una sola parola, abbandonai la consuetudine di offrirgli un fiore.
Per due giorni Pino non mostrò alcuna reazione al cambiamento ma il terzo giorno, mio fratello si stava ancora preparando per uscire, mi chiese il perché non gli donassi più un fiore. “Non mi va che un mio dono sia poi da te regalato ad altre persone” fu la mia schietta risposta.
Per un attimo si sentì a disagio “E’ vero, è una mancanza di riguardo, non ci avevo pensato!” disse e poi aggiunse:”Non avverrà più; ti prego mi manca la tua gentilezza!”.
Le sue parole, ma ancor più il tono con cui le aveva pronunciate mi indussero a riprendere la mia consuetudine e ne provavo una grande gioia, una dolcezza profonda.
Sentivo per la prima volta di essere importante per una persona non della mia famiglia; quel bocciolo di rosa mi aveva svelato un sentimento mai provato, a cui non sapevo dare ancora un significato ben definito ma che mi avvolgeva totalmente e mi trasportava,
con delicatezza, in un mondo incantato, di sogno.
In autunno, insieme a mia sorella ed i miei fratelli, ritornai a Foggia: ero iscritta al 1° anno di Magistrale e frequentavo una classe mista, alquanto eterogenea, alcuni compagni erano pendolari, solo due, Elodia e Franca, abitavano nei pressi di casa mia e con loro, particolarmente con Elodia Monaco, si istaurò un rapporto d’intesa.
Insieme si tornava da scuola, a volte si studiava o si frequentava la parrocchia di San Michele. Anche Pino veniva spesso a trovarci, qualche volta (frequentava il 1°liceo classico) mi dava una mano in latino e la gioia di frequentarci diventava sempre più intensa. Quando veniva a trovarci, sentivo che lo faceva più per me che per i miei fratelli; le sue attenzioni erano nei miei riguardi e, piano piano, espresse apertamente le sue intenzioni con dei bigliettini che mi consegnava di nascosto o mi faceva recapitare da amici comuni.
Quei bigliettini erano il nostro segreto, io li portavo sempre con me ma non osavo rispondergli: avevo bisogno di essere certa del mio e del suo sentire.
Cercavo di analizzare ciò che provavo quando veniva a trovarci, l’ansia che mi assaliva
se non arrivava, l’emozione che invadeva il mio cuore nel vederlo e la gioia che mi procurava un suo sorriso o la sua vicinanza.
Stando lontano dai miei genitori mi mancava il loro affetto per cui avvertivo in me un vuoto che volevo riempire, un disagio che volevo superare e, quando sentii che Pino nutriva per me un sentimento sincero, capii che un nuovo idolo era entrato nella mia vita e ripresi ad essere felice. Avevo quattordici anni ed avevo fatto la mia scelta:quel ragazzo rappresentava il sogno della mia adolescenza, la speranza del mio futuro, speravo di realizzare con lui il mio progetto di vita, di formare insieme una famiglia armoniosa fondata sull’amore reciproco.
Papà intuì il mio sentimento, era la conseguenza dei suoi insegnamenti e ne ebbe quasi paura: ero troppo giovane.
Nessuno gliene aveva parlato ma la nostra amicizia fatta d’intesa, di esclusività, di tenerezze, di sguardi furtivi, di dolce incanto, non poteva passare inosservata al suo sguardo attento e premuroso.
Cordiale e disponibile nel rapporto umano, papà infondeva fiducia in tutti coloro che lo conoscevano, aveva un sorriso dolce, accattivante ed un gran pregio: sapeva ascoltare.
Sempre gentile, svolgeva il suo lavoro con grande professionalità.
Ricordo che, specie d’estate, quando tante famiglie di emigrati pannesi ritornavano in vacanza al paesello, molte ragazze si raccomandavano a mio padre perché le lettere dei loro fidanzati non finissero nelle mani dei genitori; mio padre sorrideva complice e disponibile divenendo vivente casella postale per la nutrita e bella gioventù che popolava Panni.
Quando arrivò anche per me il tempo di ricevere missive amorose da parte di Pino, non avendo la possibilità di rivolgermi con disinvoltura al portalettere “discreto” le facevo indirizzare a casa di un’amica , ma non era possibile imbrogliare chi aveva tanta esperienza; mi era grato di non metterlo in palese difficoltà ma, appena arrivava una lettera per me, passando mi diceva:“Lucia, c’è una lettera per Santina, gliela porgi tu?!” Capiva tutto e stava al mio gioco con dignità e rispetto.
Leggevo nei suoi occhi l’ansia del suo paterno affetto e cercavo di non creargli inutili preoccupazioni vivendo con semplicità e responsabilità la mia nuova esperienza.
Era bello ed emozionante ritornare a casa, mano nella mano, con Pino, conoscere ed apprezzare la città di Foggia oppure imparare a giocare a dama o a scacchi quando veniva a trovarci.
Guardarci negli occhi ci era sufficiente per capire ciò che sentivamo, per sentirci appagati e felici.
Era un amore fanciullo e, come tale, cercava dolcezza e tenerezza, si nutriva di gentilezze e delicatezze. Il nostro amore viveva come in un mondo di fiaba, era quasi impalpabile,irreale ma vivo e palpitante, irrinunciabile per entrambi.

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