06-capitolo sesto


Cap. 6° Napoli

A dicembre del 1962 andai a Napoli per sostenere
l’esame tanto atteso: mi accompagnava mia sorella Lina.
Pino venne a prenderci alla stazione e ci fece da
“cicerone” portandoci a visitare i luoghi più suggestivi
della città partenopea.
Giunti a piazza Municipio ammirammo la maestosità del
palazzo reale con l’imponente “maschio angioino”, la
classica eleganza del teatro San Carlo e l’accogliente
piazza del Plebiscito che ci veniva incontro come per
abbracciarci col suo colonnato e le sue antiche statue.
Ma ecco apparirci il suggestivo angolo di Santa Lucia, la
breve discesa metteva le ali ai nostri piedi per
raggiungere i suoi tipici ristoranti che sembravano
dondolarsi, insieme alle barche, al suon dei mandolini, ad
ogni onda del mare.
Ero senza parole: come un affamato ingurgitavo tutte
quelle immagini senza riuscire a saziarmi, troppo
invitante e gustoso appariva ciò che la natura ci offriva.
A piedi percorremmo tutto il lungomare soffermandoci
ad ammirare la Fontana dell’Amore, Castel dell’Ovo, i
magnifici alberghi e la villa comunale, fino a raggiungere
via Orazio a Posillipo.
Ero incantata, lo spettacolo era fantastico: Mergellina si
stendeva placida ai nostri piedi in una serata fresca ma
serena ed il Vesuvio le fungeva da superbo sfondo.
Non avevo mai visto un panorama così bello, avevo la
sensazione di muovermi in un presepe vivente: ogni
angolo costituiva una nuova scoperta che mi lasciava
senza respiro, con gli occhi sgranati dallo stupore e
dall’ammirazione.
Era una esperienza meravigliosa e la vivevo con la
persona che amavo: in me l’emozione cresceva, mi
invadeva tutta, rendendomi felice.
L’ultima immagine che, rientrando, Pino volle farmi
ammirare, da un grande cannocchiale per turisti ad arte
situato lungo via Caracciolo, fu una scritta luminosa che
lampeggiava, era ormai tarda sera, sulla collina di
Posillipo: “HOTEL PARADISO”.
Era il giusto commento a quella splendida giornata: il
mio cuore era veramente in paradiso!
Solo quando raggiungemmo la pensione in cui Pino
aveva prenotato una stanza per noi, io e mia sorella ci
accorgemmo della nostra stanchezza: avevamo fatto
quella che si vuol definire una bella scarpinata.
La notte fu agitata: sentivo prepotentemente l’ansia
dell’esame che avrei sostenuto l’indomani ed il cielo era
con me.
Sembrava avesse accumulato durante il giorno tanta
umidità, pari almeno alle mie emozioni, da non poterla
più contenere e la riversò, tra tuoni e fulmini, con una
tale intensità che non si riusciva più a distinguere il muro
opposto alla mia finestra dell’angusta strada napoletana.
Per fortuna, dopo tanta agitazione, l’alba sopraggiunse
chiara, luminosa e beneaugurante!
Alle ore nove raggiunsi l’Istituto Universitario di
Magistero situato a metà del corso Vittorio Emanuele II,
in una posizione panoramica invidiabile ma la mia ansia
non mi permetteva di apprezzarla.
Ero tesa e preoccupata ma, una volta in aula, mi
concentrai sulla traccia da svolgere ed ogni disagio
scomparve : ero solo io ed il foglio che velocemente
veniva a riempirsi delle mie idee e considerazioni
pedagogiche.
Quando uscii, abbastanza soddisfatta del lavoro
svolto, trovai Pino ad attendermi ansioso: “Hai trovato
difficoltà?. Com’è andata? E’ molto tardi!”
Io sorrisi divertita:“Dai rilassati! Credo di aver
sviluppato esaurientemente la traccia.
Ora tocca ai docenti esprimere un giudizio, bisogna
aspettare!”
Sorrise anche lui risollevato dalla mia tranquillità ed
insieme osservammo ed apprezzammo l’ambiente che ci
circondava.
Il Magistero Suor Orsola Benincasa, l’istituto
universitario non statale più antico d’Italia, è parte
integrale di un complesso monastico alle pendici del
colle Sant’Elmo che domina la città e l’intero golfo di
Napoli e dona un colpo d’occhio veramente imponente
ed affascinante che contrasta notevolmente con
l’altissimo muro di tufo che circonda l’istituto e gli
conferisce un aspetto severo ed austero da clausura.
“Non ti verrà mica in mente di farti suora?- scherzò Pino
di fronte al mio entusiasmo e la curiosità per il nuovo
ambiente-“ Non mi perdonerei mai di averti fatto
conoscere quest’ istituto ”.
La battuta di Pino mi riportò per un attimo alla mia
infanzia, a quando frequentavo l’asilo dalle suore.
Un giorno, con mia grande sorpresa, giunsero due
giovani sorelle che vestivano un abito chiaro con il velo
bianco.
Io non amavo l’abito talare scuro indossato dalle
monache che conoscevo e fui attratta dalle nuove
arrivate e da una in particolare gentile e disponibile ed in
me, per diversi anni, nutrii il desiderio di diventare
“monaca ianch”.
“Non temere!“- risposi al mio ragazzo sorpreso dal mio
momentaneo perdermi nei ricordi – “Sono lontani i
giorni in cui avevo intenzione di prendere i voti.
Ora sei tu l’oggetto dei miei desideri”.
Sorridendo ritornammo alla piccola pensione dove ci
aspettava Lina in ansia per il mio esame ma, data l’ora,
anche affamata.
Dopo qualche giorno sostenni la prova orale che mi
preoccupava un po’ di più di quella scritta per la
componente emotiva del mio carattere ma il professore
Vallese mi accolse con viso sorridente: aveva in mano il
mio compito e si dichiarò soddisfatto del mio lavoro.
Ogni mia paura, come per incanto, perse consistenza e
tra noi si svolse un dialogo cordiale e costruttivo che si
concluse con l’augurio, da parte del docente, che io
potessi vivere nel Magistero anni di proficuo lavoro e di
acquisizioni culturali.
Ero soddisfatta e raggiante, sentivo che uno scoglio non
semplice era stato superato e che il mio percorso
culturale continuava ad un livello più alto e formativo.
Forse papà sperava veramente che io non superassi
quell’esame e ne ebbi conferma quando giunse il
telegramma che mi annunciava ufficialmente l’esito
positivo, ero a casa insieme ai miei genitori allorché il
fattorino me lo consegnò; dopo averlo letto, senza alcun
commento, lo porsi a mio padre.
Sul suo volto si dipinsero l’orgoglio e la preoccupazione,
era contento per me ma, per lui, si prospettava un
nuovo problema: il mio ragazzo era a Napoli ed io avrei
dovuto frequentare il Magistero Suor Orsola Benincasa
della bella città partenopea, la sede più vicina e
certamente quella più facilmente raggiungibile dal
nostro paese.
Il più entusiasta dell’esito del mio esame si dimostrò
Pino; alcuni giorni dopo avermi spedito il telegramma,
inaspettatamente, arrivò a Panni in vespa in un
pomeriggio pieno di neve.
Era ormai buio quando una vicina di casa mi avvertì di
andare subito da Santina senza spiegarmene il motivo.
Grande fu la mia sorpresa e l’emozione nel vedere,
all’angolo della strada, Pino che mi abbracciò
esclamando: “Volevo complimentarmi con te di persona.
Brava, sono contento! Sarà bello vivere insieme la nostra
esperienza universitaria”.
Ero emozionata e felice per l’ennesima dimostrazione di
attaccamento del mio ragazzo ma capivo anche il disagio
di mio padre.
Da due anni mio fratello Costanzo era iscritto
all’“Orientale” di Napoli ma da qualche mese era militare
in Friuli ed io dovevo vivere sola nella città partenopea.
Papà temeva il giudizio della gente e specie della
famiglia di Pino e volle proteggermi senza impedirmi di
frequentare l’università; mi diede fiducia, infatti buona
parte del mio primo anno accademico vissi a Napoli da
sola in pensione, ma chiese il trasferimento.
Io ero un po’ contraria a questa sua decisione, mi
sembrava un sacrificio troppo grande per tutta la
famiglia a causa mia.
Papà aveva avuto l’idea di trasferirsi quando noi figli
eravamo ragazzi, io dovevo frequentare le scuole medie
inferiori che a Panni allora non esistevano ma, all’ultimo
momento, aveva optato di rimanere al paesello mentre
noi figli ci stabilimmo a Foggia per continuare gli studi:
troppo forte era il legame alle sue origini.
Allora era giovane, avrebbe potuto con facilità costruirsi
una nuova vita, ora, a 54 anni, mi sembrava tutto più
difficile, più duro cambiare abitudini e stile di vita,
lasciare il piccolo ambiente in cui tutti lo conoscevano e
lo stimavano per una grande città indifferente e
sconosciuta.

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