13-capitolo tredicesimo

Cap.13° Maria Elena

Quando io e mio marito tornammo dal viaggio di nozze, scoprii che papà aveva un grosso livido sul braccio sinistro,
frutto del mio spasmodico aggrapparmi a lui sulla scalinata della cattedrale di Amalfi: non aveva detto
niente, stoicamente aveva accettato in silenzio anche il dolore fisico per amor mio. Era meraviglioso averlo accanto!
Anche Pino si trovava bene in compagnia di mio padre ed aveva con lui e con tutta la mia famiglia un ottimo rapporto
basato sulla reciproca stima e considerazione che si tramutavano in affetto ed io mi sentivo importante ed appagata
perchè capivo che tutto scaturiva dall’amore che essi nutrivano per me.
Tornando a Foggia iniziava per me la vita coniugale: divisa tra la scuola (insegnavo ad Orta Nova ) e la famiglia di mio
marito tornavo nella mia “casa da sposa” solo a sera inoltrata.
Avevo immaginato diversamente l’inizio della mia “vita in due” ma mio marito non riusciva a contrariare sua madre che lo
voleva il più possibile a casa sua ed il mio amore per lui mi impediva di prendere una posizione, per quanto giusta, che
potesse dispiacergli.
Dovevo trovare un equilibrio nuovo per non sciupare il bello che stavo vivendo ed, ancora una volta, mi vennero in aiuto
gli insegnamenti di papà. Egli diceva che nella vita ogni cosa ha il suo prezzo e che bisogna, nei momenti difficili, saper valutare e serenamente pagare il prezzo richiestoci.
Avevo in me una solida impalcatura su cui costruire la mia vita: senza
discussioni posi sui piatti della bilancia la mia esperienza ed accettai, per amore, la situazione sperando che durasse poco.
Trascorse così quasi un anno: qualche giorno prima del nostro primo anniversario di matrimonio, il 10 agosto del 1970,
la notte di san Lorenzo giunse una stellina anche per noi, nacque Maria Elena una bimba bellissima che, oltre a farmi assaporare l’incommensurabile gioia della maternità, miregalò il piacere di vivere appieno la mia vita coniugale.
Indimenticabile fu l’emozione del rientro nella nostra casa in “tre”: Pino avevo portato da Napoli la culla, insieme la
rivestimmo di rosa e vi adagiammo la piccola che si guardava intorno curiosa e felice.
Eravamo al settimo cielo, eravamo finalmente una vera famiglia!
La nostra gioia era contagiosa ed invase tutti i familiari che facevano a gara a viziare la nuova arrivata.
L’impegno era oneroso ma l’avevo tanto desiderato che niente mi pesava; trovavo il tempo, che moltiplicavo con
l’entusiasmo, per piccoli lavori a maglia o di ricamo o per preparare pranzetti gustosi e sempre diversi: mi sentivo
veramente realizzata!
Quando dovetti rientrare a scuola, ancora una volta papà si sacrificò per me. Egli che non sapeva prepararsi un uovo fritto, sebbene mamma lavorasse a Pietra Montecorvino, decise di rimanere solo a Napoli e permise a mia sorella di venire a vivere a casa mia per aiutarmi con Maria Elena, “Troppo piccola e bella da affidare ad estranei” diceva.
Spesso, a fine settimana, veniva a trovarci da Napoli e non dimenticava mai un regalo per la piccola o per noi.
Nella sua riservatezza cercava quasi di nascondere ciò che portava, lo affidava solo a me perchè io, sapendo che mai aveva fatto compere senza mia madre, potessi giustificare un suo eventuale errore.
A papà non si poteva dire che ” non si doveva disturbare” perchè riteneva la cosa quasi offensiva; il manifestare il suo
affetto per lui era, prima un suo piacere personale, mai solo un dovere e tanto meno un disturbo e, quando lo elogiavo per la sua scelta e mostravo entusiasmo per il suo regalo, arrossiva, gli occhi gli brillavano ed il viso
si illuminava di quel suo caratteristico sorriso fatto d’orgoglio e disoddisfazione, si schermiva ma era contento.
La sua presenza era per me come una magia, non avevamo bisogno di parlare; se avevo un problema, qualche contrarietà,
mi bastava vederlo per capire che ero fortunata, che avevo tutto ciò che potessi desiderare ed ogni cosa si ridimensionava, diventava più lieve, più facile da sostenere e superare.
Ogni sua visita rappresentava per me un’inezione di forza e di fiducia in me stessa perchè papà apprezzava sempre ogni
cosa che facevo e me lo dimostrava con un gesto, un sorriso, senza far rumore.
In questa atmosfera di sereno ottimismo Maria Elena cresceva divenendo sempre più graziosa ed io mi accorsi di essere nuovamente incinta; ne fui felice perchè ero dell’avviso che i figli non devono avere grande differenza d’età per vivere bene insieme e crescere in armonia.
In quel periodo mia madre ebbe il trasferimento a Panni e si aspettava solo il pensionamento di papà per riunire nuovamente
la famiglia nel paese d’origine.
Una domenica mattina sentimmo bussare, era troppo presto per visite di estranei e mi allarmai. La mia sensazione non era sbagliata, erano i miei genitori e mio padre aveva una gamba ingessata: era stato investito mentre attraversava al semaforo da un motociclista pirata. Portato in ospedale a Napoli, non aveva voluto ricoverarsi ma, fattosi fare una doccia provvisoria, aveva preferito venire a Foggia perchè disse:”Qui mi potete curare meglio”. Stava male non tanto per la frattura alla gamba ma perchè nell’incidente aveva riportato anche l’incrinamento di alcune costole.
Per un po’ stette a casa ma, poi, si manifestò un versamento pleurico e dovette ricoverarsi per cure che non potevano effettuarsi a domicilio. Fu ricoverato per quasi un mese e, quando andavamo a fargli visita, si mostrava sempre sorridente ed
affermava di essere viziato dai medici, dagli infermieri e dagli altri degenti che si trattenevano spesso nella sua stanza per fargli compagnia.
Siccome io ero in dolce attesa papà non voleva che andassi in ospedale ” Basta Pino”- diceva -“Tu riguardati e pensa alla scuola ed a Maria Elena”.
La piccola aveva poco più di un anno e, dopo un’accidentale caduta,si rifiutava di camminare da sola. Lei, che aveva incominciato a sgambettare ad otto mesi, voleva la mano per rassicurarsi. Per me la cosa era motivo d’ansia e preoccupazione: volevo che la bambina superasse la sua giusta paura, ma non riuscivo ad affrontare con determinazione il problema perchè temevo di aggravarlo e diventavo ogni giorno più apprensiva e protettiva.
Quando, finalmente, papà fu dimesso e ritornò a casa, gli preparammo il letto nel soggiorno e la bambina stava sempre vicino
a lui costringendo me o Lina a starle accanto mano nella mano. Papà, allora, escogitò un gioco:un sabato, il mio giorno libero dalla scuola, chiese a Maria Elena di portargli le scatole dei campioni gratuiti di medicinali che mio marito riceveva dalle varie case farmaceutiche e che occupavano un’intera anta della libreria dello studio e, con esse, cominciò a costruire delle alte piramidi che faceva abbattere dalla bambina che si divertiva da impazzire. La piccola sgambettava felice dallo studio al soggiorno per costruire la piramide sempre più alta ma, sempre, con una manina saldamente attaccata alla mia mano.
Ad un certo punto, quando il gioco era al culmine del piacere, il nonno chiese alla nipotina di portargli due scatole per volta così avrebbero fatto più in fretta ad innalzare la piramide. La bambina rimase interdetta, con la sua manina non riusciva a prendere due scatole ma una sola; con dolcezza, reggendola dal vestitino le lasciai libera l’altra mano incoraggiandola a prendere la seconda scatola:”Dai, la mamma sta sempre con te e tu puoi portare due scatole al nonno”.
La bimba si fidò:troppo divertente era il gioco per rinunciarci.
Per un po’ la sorressi per il vestitino, poi pian piano, standole sempre dietro, la lasciai andare da sola e Maria Elena riprese a camminare in autonomia.
Era un vero piacere vederla correre felice, incurante che io non le fossi più vicino a darle sicurezza.
Eravamo entrambi commossi nel sentirla cinguettare allegramente: “Ancora, ancora nonno Emminio!” e nel vederla correre felice a prendere altre scatole.
Ancora una volta insieme, con semplicità e buon senso avevamo risolto un problema importante; ancora una volta mio padre
aveva trovato il modo di ridarmi serenità.

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