11-capitolo undicesimo

Capitolo 11° Un viaggio intraprendente

Mi dividevo tra Panni e Napoli dove mi recavo ogni settimana per vedere sia i miei, sia Pino che era “interno” in Semeiotica Medica in attesa di partire per Firenze per il servizio militare.
Si rinnovava per noi la lontananza che ci pesava tanto, a volte era così insopportabile che mi toglieva l’entusiasmo ed anche allora a sostenermi era mio padre; bastava che frugassi tra suoi insegnamenti per sentire, a tanti chilometri di distanza, la sua voce rassicurante: ” La vita è sempre degna di essere vissuta. I momenti tristi servono a rendere ancora più belli quelli felici che seguiranno!”
Mi ricaricavo così di ottimismo e cercavo sempre il lato positivo in ogni esperienza che vivevo.
Quando non ero impegnata con la scuola mi dedicavo a lavori a maglia o di ricamo a mezzopunto che impegnavano la mente e mi aiutavano a trascorrere le solitarie, lunghe e tristi serate invernali con serenità.
Professionalmente i tre anni trascorsi a Panni furono, per me, formativi; il paese mi conosceva e mi guardava con simpatia, i colleghi mi stimavano ed i pendolari mi si raccomandavano perchè li agevolassi nell’orario scolastico.
Era, tranne che per qualche sporadica eccezione, un ambiente di lavoro alquanto sereno e proficuo; i ragazzi, sebbene vivaci, erano affettuosi, desiderosi di apprendere e stimolavano in me il bisogno di offrire loro il meglio del mio sapere.
Spero tanto di aver lasciato ai miei alunni pannesi un buon ricordo.
L’anno successivo mia madre sostenne un concorso: lei, sin da quando mio padre era divendato portalettere, aveva avuto il ruolo di “sostituto” nei periodi di ferie di papà e divenne a sua volta postina.
Fu, quello, un momento difficile per la mia famiglia, papà non vedeva di buon occhio l’allontanarsi di mamma che aveva sempre rappresentato il suo naturale completamento. Mia madre, da parte sua, considerava sciocco rinunciare ad un ottimo posto di lavoro, visto che per la pensione di papà mancavano pochi anni e che, per lei, non si sarebbe
mai più presentata un’occasione simile.
Alla fine la modernità di mia madre e l’innato rispetto della personalità altrui di mio padre ebbero la meglio e mamma prese servizio in un piccolo paese del sub-appennino dauno, nomina che si trasformò, qualche anno più tardi, nel trasferimento a Panni.
La mia famiglia sempre tanto unita, sembrava smembrata ma, ogni sabato sera, papà e Lina (che era tornata a dare una mano a mio padre) da Napoli e mamma da Pietra Montecorvino, venivano a trovare me a Panni e tutto sembrava quasi tornare ai tempi della mia fanciullezza.
Con le loro visite facevo incetta d’amore che mi dava calore, sicurezza e la mia solitudine si stemperava e risultava meno pesante nella settimana successiva.
Mentre Pino era a Firenze, allievo ufficiale medico nella “Scuola di Sanità Militare”, lo sentivo tanto più distante perchè non potevo raggiungerlo a fine settimana, nè egli poteva venire a trovarmi come quando era a Napoli e, proprio per sentirmelo più vicino,accettavo di buon grado l’invito dei suoi ed, a volte, trascorrevo il fine settimana a Foggia in loro compagnia. Anche essi sentivano la mancanza del figlio e, in occasione del “giuramento”, avevano deciso di andare a Firenze per partecipare alla cerimonia ed invitarono anche me. Io, naturalmente, mi entusiasmai all’idea ma, due giorni prima della programmata partenza, mi dissero che, per motivi familiari, non ci saremmo più recati a Firenze.
Ne fui estremamente delusa; il mio cuore si era così abituato all’idea di rivedere il mio ragazzo che non ci sapeva rinunziare all’ultimo momento, quando già pregustava la gioia dell’incontro.
Presi allora una decisione pazza per quei tempi: sarei andata a Firenze senza avvertire nè i miei genitori nè quelli di Pino.
Una ragazza che viaggiava sola e di notte non era, allora, una cosa normale; certamente, se avessi partecipato a qualcuno la mia decisione non sarei stata appoggiata da nessuno ed io, ormai, nutrivo un unico desiderio: volevo rivedere il mio ragazzo ed assistere al suo giuramento.
Neanche Pino ci aspettava più perchè i suoi l’avevano avvertito del cambiamento.
Partii dunque il sabato sera, ero cosciente del rischio della mia decisione e, perciò, ero attenta e guardinga: non mancarono tentativi di approccio da parte di qualche giovane play-boy ma io cercavo di accompagnarmi a qualche famigliola in viaggio ed ero ben sveglia e vigile.
Giunsi a Firenze la domenica mattina e fui accolta dalla visione della magnifica chiesa di Santa Maria Novella: non ero mai stata a Firenze ma ebbi la sensazione di trovarmi in un luogo ospitale, familiare.
Con un autobus locale, al cui conducente avevo chiesto di indicarmi la fermata più vicina alla ” Caserma San Giorgio” , giunsi al ponte sull’Arno ove Dante aveva incontrato per la prima volta Beatrice e, anche per perdere un po’ di tempo, mi soffermi ad ammirare l’Arno che, gradualmente, veniva ad animarsi alla luce del sole in una mattinata limpida e piacevolmente fresca.
Immersa nelle mie considerazioni sulla bellezza dell’ambiente che mi
circondava, cercavo di mitigare l’emozione e l’ansia che provavo allorchè
incontrai lo sguardo di un signore di mezza età, distinto ed elegante in
una divisa ricca di fregi e di medaglie; con garbo gli chiesi informazioni per raggiungere la caserma. Austero e gentile mi chiese il nome di chi cercavo e, saputolo, mi sorrise affermando che Pino era un suo allievo e che sarebbe stato “onorato” di accompagnarmi. Mi era propizia la bella città toscana e seguii con naturalezza il colonnello che mi parlava come ad una persona di famiglia.
Saputo che Pino non mi aspettava, sorridendo con complicità, mi disse:” Bene, allora non sciupiamogli la sorpresa!”
Indicatami la sala d’attesa, mi salutò militarmente e scomparve in un corridoio laterale. Dopo qualche minuto l’altoparlante annunciava:”L’allievo Mastrangelo è atteso in parlatoio”.
Mi sentivo emozionata e felice ed attesi con ansia l’arrivo di Pino che fu
letteralmente sbigottito nel vedermi ed ancor più quando seppe che ero arrivata sola.
“Che bella sorpresa! Ero ormai rassegnato a vivere con tristezza questa importante giornata. Grazie di essere venuta, ti amo tanto!”
La cerimonia fu veramente imponente: venne celebrata una messa solenne nel grande cortile della caserma, allietata da pezzi musicali eseguiti dalla banda militare a cui seguì il giuramento degli allievi del corso annuale che emozionò tutti i presenti.
Un ricco rinfresco, molto più abbondante di un pranzo, riunì tutti i partecipanti e concluse la manifestazione.
Pino volle farmi visitare la caserma e vedere la sua camerata dove trovammo un suo commilitone che scriveva una lettera, certo ad una persona a lui cara, con un’espressione triste e sconsolata.
“Se tu non fossi venuta- mi disse Pino- saremmo stati in due a rammaricarci di essere soli.”
I superiori avevano lasciato gli allievi liberi di trascorrere il resto della giornata con i loro familiari e Pino mi fece conoscere i luoghi più belli di Firenze: fu un pomeriggio stupendo pieno di gioia e di cultura.
A sera, quando ormai dovevo ripartire, mi volle accompagnare a Bologna
dove avrei dovuto attendere la coincidenza per il treno che mi avrebbe
condotta a Panni; non gli andava che stessi sola in quella stazione sconosciuta e la cosa mi rese certa che, se gli avessi preannunciato il mio viaggio solitario, neanche lui me lo avrebbe permesso.
Il viaggio di ritorno fu tranquillo, nel mio vagone c’erano tre studentesse universitarie, simpatiche, cordiali e ciarliere che rientravano in Puglia e ci facemmo compagnia.
Quel viaggio oltre ad essere stato un momento felice, mi faceva sentire meno lontano il mio ragazzo perchè potevo pensarlo nell’ambiente in cui viveva e mi rendeva più accettabile la sua lontananza.
Dopo il corso da ufficiale medico a Firenze, Pino completò il suo servizio di leva a Caserta tra i “carristi” ed era impegnato come volontario in Semeiotica Medica a Napoli: la nostra vita ritornava al suo consueto ritmo e procedeva più serenamente.
Spesso trascorrevamo il fine settimana a Napoli o a Foggia quando aveva qualche giorno di licenza. Proprio in una di queste occasioni cercammo di trovare uno studio da fittare per poter iniziare la sua professione: cercavamo un appartamento che potesse essere idoneo, in un futuro prossimo, anche come abitazione per una giovane coppia che volesse mettere su famiglia.
La ricerca iniziò con entusiasmo un sabato e, per l’intera giornata, visitammo molti appartamenti che, però, non erano adatti alla doppia funzione di studio-casa. L’indomani continuammo il nostro giro di perlustrazione nei dintorni della casa dei genitori di Pino; era già da un bel po’ passato mezzogiorno ed eravamo delusi e sfiduciati per le difficoltà che puntualmente incontravamo ed il mio ragazzo era ormai deciso a rientrare a casa e sospendere per quella settimana la nostra ricerca. Io gli chiesi di arrivare fino in fondo a corso Roma visto che mancavano solo due isolati così, in seguito, non saremmo
tornati sulla strada già percorsa. Giunti all’ultimo palazzo del lungo corso vedemmo un cartello “fittasi”; io sollecitai Pino:” Dai, vediamo solo quest’ultimo e poi andiamo a pranzo!” Pino sorrise ed un po’ a malincuore, acconsentì a subire un’ulteriore delusione.
Saputo dal portiere che l’appartamento da fittare era al secondo piano vi salimmo a piedi perchè l’ascensore era occupato ma, nessuno ci aprì; nel ritornare, davanti alla porta dell’ascensore, vidi brillare una bella goccia di cristallo evidentemente staccatasi da un lampadario, la presi con l’intenzione di affidarla al portiere affinchè la consegnasse al
proprietario. Il portiere ci disse che i signori erano appena scesi e stavano caricando in macchina il lampadario da cui era caduto il pendente che io avevo trovato.
Corremmo in strada, li avvicinammo porgendo loro la goccia di cristallo e con garbo chiedemmo se l’appartamento fosse ancora libero e se, gentilmente, ci permettessero di vederlo.
I signori, grati per la gentilezza appena ricevuta, si misero a nostra disposizione: visitammo l’appartamento che sembrava fatto apposta per le nostre esigenze ed, in men che non si dica, fu stipulato il contratto con la soddisfazione dei genitori del mio ragazzo perchè lo studio era vicino a casa loro.
Quando raccontai l’accaduto ai miei, papà commentò:”Lucia, così è la vita, un insieme di combinazioni che ti si presentano da sole senza che faccia niente per determinarle. Niente avviene per caso:quella casa vi aspettava”.
Io sorrisi un po’ incredula ma, in altre ircostanze della mia vita, mi sono scoperta a dovergli dare ragione.
Il fine settimana successivo visitammo la Mostra d’Oltremare a Napoli e comprammo i mobili adatti ad arredare lo studio e la sala d’attesa mentre le altre tre stanze rimasero vuote e ci spronavano a sognare il nostro futuro matrimonio come un evento prossimo a realizzarsi.
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