SQUARCI DI VITA

Copertina virtuale del libro:
**.**

INDICE

– 1 Quella treccia

– 2 Un regalo determinante

– 3 Incontro casuale

– 4 Consigli di altri tempi

– 5 Tragedia sfiorata

– 6 Daniele


1 Quella treccia
*
Al volante della sua automobile si recava, felice ed emozionato, verso
l’ospedale: la sua unica figlia, a cui lo legava un affetto profondo (anche
perché, morta sua moglie quando la piccola aveva solo quattro anni d’età, le aveva fatto sia da padre che da madre), aveva dato alla luce il suo primo nipotino.
Ora si delineava il problema della scelta del nome per il nuovo arrivato.
La sua Laura gli aveva sempre promesso che il suo primo bambino non
avrebbe portato il suo nome ma uno più bello scelto da lui. Molte volte
avevano scherzato sull’argomento, ma il suo nome “ Pasquale” non erano riusciti ad ingentilirlo con i vari possibili diminuitivi o vezzeggiativi ed avevano finito per metterlo da parte senza alcun rimpianto.
Ora toccava a lui scegliere un bel nome che suo nipote avrebbe potuto, con piacere, portare per tutta la vita.
Per una notte intera aveva cercato un nome ma, per quanti ne avesse
analizzati, nessuno gli era parso adatto a quell’esserino delicato che, gli era sembrato, gli aveva sorriso da dietro quella finestrella da cui non era riuscito ad allontanarsi fino a che l’infermiera non aveva tirato quella tendina odiosa che gli aveva sottratto l’immagine che tanto lo attraeva.
Adesso andava ansioso di rivedere il neonato e sperava di prenderlo in braccio, approfittando dell’ora della poppata.
Quanta emozione gli suscitava questa possibilità, gli riportava alla mente la nascita della sua bambina e l’intima gioia della sua paternità.
Un po’ seccato, era stato costretto a fermarsi al semaforo che sembrava avesse aspettato proprio la sua auto per accendere la luce rossa.
Fermo a quel semaforo che sembrava non volergli più concedergli via libera, si guardava intorno irrequieto ed il suo sguardo si posò su un cartellone che pubblicizzava indumenti intimi femminili.
Era raffigurata una giovane donna di spalle con una bella treccia, tanto lunga che toccava le sue candide mutandine.
Come uno squarcio improvviso nella sua mente apparve un ricordo della sua giovinezza: si era da poco diplomato e spesso, con alcuni amici, si divertiva ad attendere l’ora di chiusura delle lezioni dei vari istituti del Palazzo degli studi della sua città, per ammirare le studentesse che sfilavano allegre e ciarliere.
Da alcuni giorni ne aveva notata una che lo attraeva per il suo incedere con passo leggero quasi danzante. Portava l’imposto grembiule nero con il colletto di pizzo bianco ma a lui sembrava quasi un elegante abito da sera e l’aveva seguita a distanza, senza farsi notare.
Gli piaceva seguirla, attratto dalla lunga treccia che ritmicamente le ondeggiava sulle spalle e, ad ogni passo, si accendeva di riflessi ramati che la rendevano preziosa, unica e suscitava in lui desideri erotici.
Per una settimana l’aveva accompagnata verso casa ma a debita distanza e finalmente si era deciso ad avvicinarla per dichiararle i sentimenti che provava ogni volta che la vedeva.
Era ormai ad un passo dietro di lei quando sentì nel suo cuore nascere un urgente desiderio di possesso e, con un gesto istintivo, le afferrò la treccia e gliela strattonò.
La ragazza si era girata sorpresa e, senza dire una parola, lo aveva fulminato con uno sguardo che mostrava tutta la sua indignazione per quella gratuita offesa subita e si era allontanata con passo più rapido per porre tra loro il maggior distacco possibile.
Egli era rimasto fermo, sorpreso dal suo stesso gesto (che ora razionalmente considerava inopportuno), incapace di qualsiasi movimento.
Il lunedì successivo era ritornato al Palazzo degli studi con l’intento di chiedere scusa alla ragazza di cui ignorava anche il nome.
La rivide, altera e sicura, incedere con eleganza ma non portava più la treccia: i suoi morbidi capelli castano-dorati li aveva raccolti sulla nuca in una bella pettinatura in voga. Era attraente, desiderabile, certamente più “donna” ma non trovò il coraggio di avvicinarla: il cambio di pettinatura era una silenziosa ma chiara risposta al suo istintivo comportamento ed annullava ogni possibilità di realizzazione alle sue aspettative future.
Un furioso colpo di clacson lo riportò alla realtà: il semaforo era verde e non se ne era accorto perso nei suoi ricordi.
Un ultimo sguardo al cartellone pubblicitario gli permise di leggere sotto quella treccia “Roberta”. “Era forse questo il nome della fanciulla sconosciuta della mia giovinezza?
Forse si, forse no ma, certamente sarà il nome del mio nipotino!” .
“Ro-ber-to” sillabò “Si, mi piace e piacerà anche a Laura ne sono sicuro.

 

2 Un regalo determinante
*
Gli avevano regalato una macchina fotografica e Maurizio, spavaldo, la portava con sé ogni volta che usciva e spendeva in rollini l’intera paghetta di cui disponeva.
Gli piaceva immortalare i momenti suggestivi della natura, i monumenti della sua città, ma, principalmente, i volti umani, cogliendone le espressioni più insolite e significative.
Durante l’estate aveva trascorso un periodo di vacanze al paese natio dei suoi genitori e la sua fedele macchina fotografica lo accompagnava nelle lunghe passeggiate sui monti e nei boschi limitrofi.
Aveva fatto amicizia con Saverio un ragazzo che abitava di fronte alla casa dei suoi nonni e che, spesso, si univa a lui e gli mostrava posti nuovi per soddisfare la sua ricerca del bello da fotografare.
Era la festa di San Rocco ed il paese era in piacevole fermento.
Saverio aveva una sorellina di qualche anno più piccola di loro, Aurora e , secondo il costume del paese, aveva il suo abito nuovo da sfoggiare in onore del santo patrono.
Era il suo primo vestito da signorinella, un tailleur di rafia rossa che esaltava le sue forme ancora acerbe senza nascondere la sua grazia e l’ingenuità della sua preadolescenza. Le scarpette a ballerina, anch’esse rosse, erano rallegrate da un laccetto legato a fiocco e con all’estremità due pendenti metallici che, a volte toccandosi, emettevano un lieve suono, quasi un ovattato richiamo per farsi notare.
Così l’aveva notata per la prima volta Maurizio e, complimentandosi con lei, le aveva chiesto il permesso di scattarle una foto.
Il viso delicato della ragazza era arrossito, come se il vestito le avesse lanciato bagliori del suo caldo colore per renderla più attraente, ma non si sottrasse al suo invito.
Maurizio aveva cercato di fare del suo meglio e c’era riuscito: quella foto era proprio un’opera d’arte che gli fece amare ancora di più il suo hobby.
“Appena possibile – le aveva promesso- te la farò recapitare”, ma non aveva mantenuto la promessa, così senza un reale motivo, forse solo perché spesso la vita allontana.
Ora, dopo oltre quindici anni, era in Kossovo, terra martoriata da guerre e soprusi, come foto-reporter.
Aveva già, in precedenza, partecipato ad altre missioni ma non riusciva a guardare tutta quella sofferenza con distacco; tremava di fronte alla malvagità umana e scattava, scattava, scattava …voleva con le sue foto far capire a tutto il mondo la terribile atrocità della guerra.
Si era proposto che, una volta tornato in Italia, avrebbe pubblicato o con un libro o con una mostra le foto più significative.
Gli occhi tristi dei bambini, grandi e sgranati su tanta cruda realtà, l’infanzia negata ai bambini-soldati, le conseguenze dei campi minati che avrebbero portato sui loro corpi per tutta la vita, erano diventati il suo impegno costante.
Oggi era lì a fotografare una bimba di circa tre o quattro anni che giocava con dei sassi sulla soglia della sua misera abitazione: sorrideva quando riusciva a mandarli lontano e, felice, li raccoglieva per riprendere il gioco.
Come era bello cogliere l’innocenza di quel sorriso e la capacità umana di adattarsi ad ogni situazione per quanto atroce sia!
All’improvviso il suono terrificante di una sirena squarciò l’aria e la mano lesta della mamma portò la bimba al sicuro interrompendo il suo dolce attimo di serenità.
Sparito il soggetto del suo lavoro Maurizio corse al rifugio nei pressi dell’hotel che ospitava i giornalisti inviati da ogni parte del mondo.
Era giunto per primo nel sotterraneo che aveva un’unica finestrella stretta e lunga ed aveva accostato ad essa una specie di tavolo sgangherato su cui era salito per cercare di riprendere qualche immagine dell’attacco che prendeva di mira proprio l’hotel riservato alla stampa.
Intanto il rifugio si riempiva di gente; alcuni colleghi lo avevano imitato, altri erano in piedi silenziosi, altri ancora cercavano di farsi coraggio parlando tra loro con fervore.
Allo scoppio fragoroso di un’altra bomba proprio vicino a loro, una voce terrorizzata invocò:”San Rocco benedetto proteggici!”
Quella voce, quel nome di santo invocato con tanta devozione lo fecero saltare giù dal tavolo esclamando:”Aurora!?”, gli fece eco “Maurizio!?”. L’uno si lanciò nelle braccia dell’altro per superare quel momento di terrore, cercandovi insperata protezione.
Era proprio Aurora, il soggetto della prima delle sue foto dedicate alle donne: era stata inviata come cronista di guerra dal direttore del suo giornale per la limpidezza dei suoi pensieri, la profondità dei suoi sentimenti e la compartecipazione spontanea verso le sofferenze di chi incontrava.
Era alla sua prima missione e mai avrebbe immaginato di vedere ciò che aveva visto in quell’angolo di mondo che non le sembrava reale: era un incubo che lei cercava di riprodurre nei suoi articoli che puntualmente inviava a Milano, alla sede del suo giornale e scuotevano la coscienza dei lettori rendendo palpitanti i dolori e le sofferenze di quel popolo lontano.
Dopo un lunghissimo abbraccio che rigò di lacrime i loro volti, si martellarono di tante domande: volevano annullare i lunghi anni che li avevano separati e ritrovare il candore e la semplicità del loro primo incontro.
Quando finalmente tornò una parvenza di calma uscirono insieme, mano nella mano, con le loro borse a tracolla sulle spalle, sembravano due ali che avrebbero loro permesso di prendere il volo per realizzare il sogno più urgente delle loro esistenze: manifestare con parole ed immagini come è insensato l’uomo che, per qualsiasi motivo, provoca eventi
catastrofici come la guerra.
S’incamminarono insieme verso un progetto di vita che sarebbe risultato un connubio inscindibile di Sofferenza e di Amore, un impegno in cui avrebbero profuso le loro energie migliori, i loro sentimenti più autentici.
**.** 

 

3 Incontro casuale
*

Clelia era appena salita sul pullman che l’avrebbe portata al suo paesello per le vacanze natalizie; era contenta, nella sua valigia aveva tanti piccoli regali per i suoi familiari e già immaginava le reazioni di ognuno di loro alla vista degli oggetti sfiziosi alla cui scelta aveva dedicato l’intera ultima settimana.
Nell’autobus c’erano già alcuni viaggiatori scesi dal treno che aveva preceduto il suo, educatamente aveva salutato e tutti avevano risposto, tutti tranne uno seduto in fondo, col viso rivolto verso il basso in un atteggiamento assorto e decisamente poco allegro.
Clelia si era meravigliata del suo comportamento; nel paese tutti la conoscevano, certamente era un forestiero.
Si era seduta accanto a Gina, una sua ex compagna delle scuole elementari, ed avevano iniziato a parlare del più e del meno senza impegnarsi in una conversazione importante: era piacevole chiacchierare senza impegno formale o sostanziale.
Ad un certo punto Gina, quasi ridendo, aveva chiesto: “ Ma quello
si è forse addormentato? Sta sempre con la testa tra le ginocchia!”
Clelia si era istintivamente girata ed aveva incrociato lo sguardo altezzoso dell’ uomo (che aveva alzato la testa solo per dimostrare alla sua compagna che non dormiva) ed aveva riconosciuto quel volto.
Si, era Giorgio!
Il pensiero della giovane corse alla sua preadolescenza, aveva circa dodici anni quando la famiglia di Giorgio era arrivata al suo paese: egli era un liceale bello, bruno e con il fascino misterioso del forestiero. Tutte le sue coetanee facevano a gara per conoscerlo e parlargli ed egli si sentiva quasi onnipotente.
Clelia aveva fatto amicizia con Elisa una delle sue sorelline ed un giorno
incontrandolo aveva apprezzato la sua bellezza. Elisa, che aveva poco più di dieci anni, aveva incominciato a saltellare fanciullescamente intorno al fratello cantilenando: “Clelia si è innamorata di Giorgio, Clelia si è innamorata di Giorgio.” Clelia era arrossita, interdetta e sorpresa dall’atteggiamento della sua amichetta mentre Giorgio aveva reagito con un comportamento che l’aveva ferita: sdegnato come un antico dio greco, l’aveva guardata con altezzoso disprezzo, incredulo che una comune mortale avesse osato alzare lo sguardo verso il suo Olimpo e si era allontanato borbottando offese incomprensibili.
Clelia si era adombrata con Elisa ma in cuor suo l’aveva ringraziata: mai si sarebbe voluta innamorare di un ragazzo vanesio, borioso e villano come aveva dimostrato di essere Giorgio.
Ora, ventenne, elegante e sicura di sé, presa dal suo carattere aperto e gioviale stava quasi per alzarsi e salutare quel giovanottone ma il suo capo era di nuovo chino sul petto: non l’aveva riconosciuta.
Certo non era facile riconoscerla, era tanto cambiata mentre egli aveva ancora nel suo sguardo l’inconfondibile alterigia della sua trascorsa adolescenza.
“Lasciamolo ai suoi pensieri, non devono essere piacevoli!” si era detto Clelia rivolgendo la sua attenzione a Gina ma in cuor suo era dispiaciuta.
“ Chi nasce quadro non muore tondo” diceva sua nonna, ma lei le aveva sempre confutato quel proverbio ritenendo che ogni uomo ha il dovere di migliorarsi, di smussare i lati negativi del proprio carattere ed ora, invece, era costretta a darle ragione.
Quel ragazzo non aveva saputo migliorarsi, non aveva ancora affrontato
la vita con l’umiltà di chi, oltre a valorizzare se stesso, sappia dare importanza anche agli altri: forse sarebbe rimasto solo e spesso con il capo chino, appesantito dalla sua stessa vanagloria.
**.**

4 Consigli di altri tempi
*
Mano nella mano nonna e nipotina rientravano da una lunga passeggiata, la piccola gustava ancora il suo cono di gelato al cioccolato che le aveva macchiato il candido vestitino estivo senza intaccare la sua vivacità che si esternava con agili saltelli e genuina ilarità.
Erano ormai quasi giunte a casa ,allorché la nonna bussò alla porta semiaperta dell’abitazione accanto. Si affacciò una giovane donna di bello aspetto, ma i suoi occhi erano arrossati e gonfi e si asciugava frettolosamente le lacrime che ancora le rigavano il viso.
La nonna era affezionata alla giovane vicina e non mancava mai di salutarla quando usciva. Sara ricambiava con affetto sincero i sentimenti della donna matura e saggia e, spesso, le chiedeva consigli o le confidava i suoi piccoli crucci.
La nonna non l’aveva mai vista così rattristata e se ne allarmò: “Cosa c’è, non ti senti bene?”. Sara, a bassa voce, rispose: “Sto bene non ti preoccupare, sono solo ferita dal comportamento di mio marito: io sono incinta, forse gli sembro meno attraente e fa il cascamorto con altre più avvenenti”, e riprese a piangere in silenzio.
La piccola, seguendo la nonna, era entrata volentieri attratta dalla collezione di bambole che Sara aveva ben allineate su di una mensola ed un tavolinetto: ognuna aveva un nome e la bambina si divertiva a riconoscerle dal loro diverso abbigliamento.
Sara, insolitamente taciturna, si era seduta sulla panca vicino al caminetto insieme alla nonna che le diceva: “Io non voglio impicciarmi dei tuoi affari personali, vorrei soltanto venirti in aiuto con la mia lunga esperienza di vita.
Sappi, gli uomini sono, al novantanove per cento costituiti dalla medesima sostanza, con qualche lieve sfumatura che li diversifica: basta un guizzo nei loro pantaloni perché dimentichino ogni
promessa, ogni giuramento, ogni responsabilità e, dove si trovano, si adagiano incuranti di niente e di nessuno.
Ti dicevo che solo un uomo su cento è diverso dalla massa ed esiste solo perché noi donne possiamo convincerci che è il “nostro uomo”, lo vediamo simile ad un dio, ce ne innamoriamo perdutamente e…,
quando ci rendiamo conto che non ci è toccata l’eccezione ci cade il mondo addosso. Tutto ciò che avevamo costruito ci appare vano e deludente. Il nostro amore sprecato e…soffriamo: quanto più grande e profondo è il nostro sentimento tanto più cocente è la nostra
delusione, viene spenta anche la gioia di vivere”.
Sara annuiva tra le lacrime senza trovare la forza di parlare.
“ Oltre al dolore, nel cuore delle donne deluse possono nascere forti sentimenti di rabbia, di rivalsa;si vorrebbe fargliela pagare, fargli provare lo stesso dolore”.
La nonna continuava e gli occhi di Sara erano fissi alle sue rughe che le apparivano preziose, il segno tangibile della sua saggezza.
“Come conseguenza si delineano due tipi di donne: quelle che pongono al di sopra della loro sofferenza la loro onestà, convinte che la propria dignità possono sciuparla soltanto loro con un comportamento immorale e nessun altro, neanche il proprio marito.
Il secondo tipo è quello delle donne che mettono al primo posto il loro orgoglio e cominciano a spiattellare ai quattro venti i fatti propri, certe di trovare sostegno dagli estranei ed offrono ad altri uomini l’occasione di approfittare della loro momentanea fragilità, ritrovandosi a dover
sopportare un’altra e peggiore onta sulla propria fronte.
Analizza ciò che ti ho detto e decidi a quale gruppo di donne vuoi appartenere!”
Poi, accarezzando i morbidi capelli di Sara, proseguì: “Non piangere più! La vita ti renda più forte, più sicura e consapevole delle tue capacità e delle tue decisioni. Non ti avvilire!
Tu sei bellissima, la tua evidente maternità ti dona una luce vivissima di grazia e di fascino!”
Sara aveva sorriso rinfrancata e la nonna si alzò, prese per mano la nipotina e si avviò al suo portoncino.
A metà rampa della scalinata la piccola, che la seguiva mogia mogia, con voce seria le chiese: “Nonna perché gli uomini sono cattivi e fanno piangere le donne?”
La nonna rimase sconcertata, scioccamente aveva creduto che la bimba fosse concentrata sul suo gioco con le bamboline e non seguisse il suo discorso con Sara.
Mentalmente si chiese: “Cosa posso risponderle per non ferirla? Signore fa che a lei capiti quella rara eccezione… se veramente esiste.”
Poi, ad alta voce, incitò la piccola a salire perché chi fosse arrivata per prima avrebbe trovato una bella sorpresa.
Sperava di eludere la domanda della sua attenta e curiosa nipotina anche se ben sapeva che quella testolina bionda non le avrebbe permesso di pensare a lungo per escogitare una risposta adeguata.
**.**

5 Tragedia sfiorata
*
Luisa era andata con la mamma a trovare la nonna che da una decina di giorni non stava molto bene.
Oggi, finalmente, la febbre era scomparsa e la nonna si era alzata per un’oretta ed aveva anche mangiato con un certo appetito.
La bambina era contenta perché, certamente, fra qualche giorno avrebbe ripreso le sue belle passeggiate con la nonna che la ricopriva di attenzioni e coccole.
Anche la mamma era più serena: non riusciva ad accettare che la sua anziana madre fosse malata, lei che, sempre attiva, aveva lavorato più di un uomo quando il marito, per assicurare alla giovane famiglia un futuro economicamente migliore, era emigrato in America lasciandola, per vari anni, sola con cinque figli in tenera età.
Ora gli acciacchi c’erano ma la figlia avrebbe voluto vedere la sua mamma brillante come l’aveva sempre vista ed ammirata ed era veramente contenta che avesse superato quella fastidiosa bronchite che l’aveva a lungo debilitata.
Ritornando a casa, in piazza, Luisa adocchiò, nella vetrina del negozio meglio fornito del paese, un bel giocattolo e chiese alla mamma di comprarglielo ma ella le rispose che le era impossibile perché era
uscita senza borsellino.
Sia la mamma che Luisa sapevano bene che il negoziante avrebbe loro venduto il giocattolo con l’impegno di pagarlo in un secondo momento
( in paese si conoscevano tutti);ma la mamma voleva cercare di dare delle regole alla sua bambina che, per indole,sembrava autoritaria e disinibita ed aveva mostrato fermezza di fronte all’insistenza della figlia che, tra le lacrime, aveva concluso la discussione con un sentito:”Sei brutta e cattiva.”
Erano arrivate a casa l’una tenendo il broncio all’altra e la mamma si fermò a salutare le sue vicine che, sedute al sole, ricamavano o cucivano.
Luisa si era appartata pensando al bel giocattolo che non avrebbe mai avuto, il suo sguardo vagava distrattamente intorno quando all’improvviso tirò la gonna della mamma additando il balcone della sarta.
La mamma seguì lo sguardo allarmato di Luisa e vide Anna, la figlia della dirimpettaia, una bimbetta di neanche tre anni d’età sul balcone della sarta, con la testina tra le bacchette della ringhiera proprio dove
ne mancava una caduta da qualche giorno per la ruggine: era in pericolo!
Avvertì tutte di non gridare perché la bambina poteva spaventarsi e precipitare mentre si sfilava le scarpe e
correva verso la scalinata che portava al primo piano: “ E’ già un miracolo che non sia caduta salendo questa scalinata ripida e stretta”, si disse mentre, agile e silenziosa come un gatto, giungeva alle spalle della piccola e l’abbracciò cadendo in ginocchio e ringraziando Dio.
Anna intanto,beata incoscienza, sorrideva fiera della sua impresa e si stringeva tranquilla al collo della donna che, per l’intensa emozione non riusciva a trattenere le lacrime che copiose le inondavano il volto.
Con la bimba in braccio scese la lunga scalinata e la porse alla mamma che, tremante, la strinse al petto ed a stento le disse: “ Grazie Maria, senza di te…” “Non ringraziare me, è stata Luisa a vederla!”
Luisa guardava la sua mamma e l’ammirava; le appariva come le eroine di cui, a volte, leggeva sui libri di scuola, le corse incontro : “ Sei la mamma più bella e buona del mondo, scusami per prima!” esclamò con
due meravigliosi lucciconi agli occhi.
Era il riconoscimento più grande che potesse mai desiderare: “Vieni – disse accarezzando i morbidi capelli di sua figlia- andiamo a comprare quel bel giocattolo che ti piaceva tanto.”
La sua bambina se lo meritava, aveva dimostrato una maturità che andava ben oltre i suoi otto anni di età e sarebbe servito anche a lei per scrollarsi dal cuore e dalla mente quel senso di precarietà della vita umana che l’aveva assalita e le procurava un’angoscia insopportabile.
**.**

6 Daniele
*


La signora Gloria si era recata alla prima messa perché quella sua giornata sarebbe stata ricca d’impegni avendo alcuni ospiti a pranzo.
All’uscita si era un po’ attardata a salutare suor Giuliana la madre superiore dell’asilo comunale; tra loro si era istaurata una bella amicizia e, spesso, si scambiavano piccole gentilezze.
Oggi suor Giuliana aveva preparato i fagioli con la cotica ed aveva chiesto alla sua amica di passare a prenderne una ciotola verso mezzogiorno. “ Io non potrò venire – aveva detto Gloria – ma manderò uno dei miei ragazzi, stanne certa; è un piatto che ci piace molto. Grazie!.”
Il grande orologio della chiesa madre spandeva ancora nell’aria i suoi sonori rintocchi quando Daniele bussò alla porta dell’asilo per assolvere l’incarico che la madre gli aveva affidato.
Fu proprio suor Giuliana ad aprirgli e gli chiese sorridendo: “Cosa desidera il nostro ometto?”
“ Mi manda mamma a prendere la ” totitella””. Affermò sicuro il bambino.
Daniele sin da piccolo aveva sostituito nel suo linguaggio la lettera “c” con la lettera “t” e ora, ad oltre quattro anni d’età, non era ancora riuscito ad eliminare dal suo linguaggio quel vezzo puerile che a volte
lo metteva a disagio.
La suora conosceva bene quella sua piccola difficoltà e, quando lo incontrava, si divertiva a fargli ripetere parole con quell’antipatica consonante.
Anche ora fingeva di non capire e chiese svariate volte a Daniele di ripetere il motivo della sua venuta.
Il bambino, educato e gentile, ripetè una, due, tre, quattro volte la parola “totitella”, ma alla quinta richiesta perse la pazienza e, contrariato, esclamò: “Tazzo! Tu non tapisci mai!”.
La suora lo rimproverò severamente:” Daniele, queste parole non si dicono!”
Esterrefatto il bambino quasi si giustificò:” Ah, però, tu “tazzo” tapisci e “totitella” no!”
Suor Giuliana, per non scoppiare a ridere di fronte alla giusta considerazione di Daniele, corse a riempire la ciotola.
Spavaldo il bambino s’incamminò verso casa; era sicuro che la monaca non avrebbe più sorriso divertita per il suo linguaggio e, da parte sua, avrebbe cercato di liberare quella ”c” che gli si era impigliata nelle
corde vocali e che sentiva ora agitarsi nella sua gola; presto, ne era sicuro, sarebbe venuta fuori nella sua sonora rotondità anche a costo di ripetere all’infinito il termine che tanto aveva scandalizzato la
spiritosissima suor Giuliana.
**.**

Lascia un commento