”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

17-capitolo diciassettesimo

Cap. 17° Terribile prova inaspettata

Per fortuna pochi mesi più tardi nacque il nostro primo nipotino; Michele arrivò come una benedizione divina a lenire il dolore per la perdita di mia madre.
Una nuova vita, un esserino delicato, tenero e vivace catturò tutti i membri delle due famiglie che, a gara, si prodigavano perchè alla novella unione non mancasse neanche il superfluo.
I ragazzi occupavano l’appartamento dei miei genitori e continuarono, come promesso, con impegno i loro studi.
Papà, dopo la morte di mamma, si era trasferito a casa mia ed Antonio volle cedergli la sua stanza perchè diceva:”Nonno Erminio deve avere la sua privacy” , dimostrando ancora una volta il suo grande affetto per mio padre.
Stefania, conseguita la maturità scientifica, si iscrisse a Bari alla facoltà di Matematica per soddisfare le sue naturali inclinazioni. Per un paio d’anni si sistemò con la sua famiglia a Bari ma, quando il marito si laureò in Economia e Commercio, preferirono ritornare a Foggia e lei, per frequentare l’università, divenne pendolare.
Questa decisione, anche se gravosa, sembrava non le pesasse; a me, invece, appariva un disagio inutile che poteva evitarsi senza problemi ma avevano stabilito loro così e noi non potevamo far altro che sostenerli nelle loro esigenze.
Il bimbo cresceva evidenziando una vivace intelligenza: a meno di un anno si esprimeva con pensierini compiuti e sgambettava sicuro, era un vero piacere!
Antonio si perdeva dietro il nipotino ed, a volte, per lui trascurava un po’Tiziana, la sua fidanzatina, compagna di liceo che, per fortuna, non se ne adombrava perchè anche lei era affezionata al piccolo e lo coccolava amorevolmente.
Michele, da parte sua, si faceva amare: era affettuoso e loquace, simpatico e gentile con tutti.
Con me era proprio un ruffiano, sapeva cogliere ogni mia disponibilità: diventammo amici inseparabili, insieme inventavamo nuovi giochi ed avventure di ogni genere.
Spesso io mi fingevo principessa indifesa e Michele diventava il principe o il cavaliere che mi salvava da pericoli inesistenti; altre volte mi trasformavo in una splendida farfalla Vanessa che bisognava difendere dai vari monelli che volevano catturarla. Era bello diventare bambina insieme a lui e sentire la sua manina morbida cercare la mia con fiducia e gioiosa tenerezza: avvertivo di essere la sua nonna preferita e ne ero felice.
Sembrava tutto una bella favola!
Le cose belle, però, spesso durano poco: quando Michele aveva cinque anni di età e frequentava la primina, come un fulmine a ciel sereno, i suoi genitori decisero di divorziare.Avevano certamente dei problemi ma li avevano così ben celati che sia noi che i nostri consuoceri non li avevamo minimamente colti. Furono irremovibili, non accettarono alcun consiglio per cercare di salvare il loro matrimonio che entrambi, a suo tempo, avevano voluto con inaudita determinatezza.
Fu l’unico momento in cui mio padre non cercò neanche di consolarmi, condivideva il mio dolore ma non riusciva ad accettare la loro decisione che cozzava troppo con la sua convinzione dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e non riteneva possibile che un genitore potesse, a cuor leggero, allontanarsi dal proprio figlio.
Ancora più caro mi divenne quel nipotino a cui dedicavo ogni energia.
Antonio, conseguita la maturità, si iscrisse alla facoltà di “Giurisprudenza” alla “Sapienza” a Roma, deludendo le aspettative di mio marito che lo avrebbe voluto medico come lui. Antonio, però, non si sentiva di vivere i dolori degli altri senza soffrirne e, quindi, non si riteneva idoneo alla professione medica.
Nel contempo Maria Elena si laureava brillantemente in Psicologia e divideva la sua vita tra Foggia, dove si impegnava con entusiasmo presso l’AS.SO.RI e nello studio privato che aveva aperto con alcuni colleghi, ed a Roma per conseguire la sua prima specializzazione.
Sicura ed attiva sembrava non aver mai bisogno di riposo: mille progetti ed altrettante attività riempivano fino all’inverosimile la sua giovane vita.
Stefania frequentava il suo ultimo anno accademico quando ci presentò Armando, un ragazzo di poco più grande di lei, come il nuovo compagno della sua vita: era iscritto alla facoltà di Medicina e manifestava un carattere serio e responsabile.
Dalla loro unione nacque, un annetto più tardi, Giulia la nostra seconda nipotina, una bimba graziosissima.
Papà era partito, qualche giorno prima della sua venuta al mondo, per Torino invitato da mio fratello Donato nella sua tenuta di campagna che aveva appena comprata e dopo circa un mese era tornato in compagnia del marito e del figlio di mia sorella per trascorrere l’estate a Panni. Si erano fermati a Foggia per salutarci e conoscere la neonata, purtroppo Stefania con la sua famiglia era andata al mare, ospite dei suoceri.
Io mi dispiacqui per il contrattempo ma mio padre, sorridendo divertito, bonariamente mi canzonò:” Ma che problemi ti fai? Quando rientreranno verranno loro a salutarmi a Panni. Statti serena!”. Il suo pensiero non faceva una grinza ma io sentivo nascere in me una strana sensazione, un’urgenza che non mi sapevo spiegare e che mi procurava un senso d’angoscia.
Era il 13 agosto del 1997, il ventottesimo anniversario del mio matrimonio, ma siccome era anche l’ultimo giorno di servizio di mio marito prima delle ferie estive, avevamo deciso di festeggiarlo il 15 insieme alla famiglia di mio cognato a Siponto dove avevamo fittato una villetta per le vacanze estive.
La mattina di ferragosto mi era alzata presto per preparare, a richiesta generale, il ragù secondo la ricetta di mia madre e le aragoste che mio marito aveva prenotate già da tempo. Avevo approntato i piatti forti per il pranzo; ora dovevo dedicarmi solo agli antipasti, ai contorni ed alla macedonia. Uno alla volta si svegliarono tutti e, con la scusa di vedere cosa avevo preparato, cercavano di fare una colazione insolita preferendo una coppa di macedonia alla classica tazza di caffè-latte.
In casa si respirava un’aria serena e festaiola allorchè, poco dopo le ore dieci, ricevemmo una telefonata da Panni: era mio cognato che ci avvertiva che papà non stava bene, aveva chiamato il dottore di turno alla guardia medica il quale aveva diagnosticato un banale riacutizzarsi di una vecchia bronchite senza notare niente di preoccupante. A lui, invece, papà appariva sofferente come non lo aveva mai visto e si era sentito in dovere di mettercene al corrente.
Sapevamo che papà in inverno facilmente manifestava questo disturbo ma, in piena estate, ci sembrò strano ed in fretta io e mio marito partimmo. Pino si rifornì, a Foggia, di alcuni medicinali di pronto intervento e giungemmo a Panni verso mezzogiorno. Papà ci accolse con un gran sorriso esclamando:” Come siete arrivati presto! Avete preso l’aereo?”. Era seduto al tavolo e giocava a carte con il nipote. Io sorrisi, mi ero tanto allarmata per la telefonata che mi aspettavo papà a letto in gravi condizioni e mi si era aperto il cuore a vederlo in piedi e scherzando dissi:” Ma che bel malato! I malati stanno a le…”. Pino mi interruppe: “Lucia, papà è in edema polmonare!” Lo aveva capito dal suo modo di parlare ed io mi raggelai. In fretta mio marito preparò una siringa con il medinale che aveva portato ma inutilmente; papà mi aveva solo aspettata, non voleva andarsene senza avermi salutata.
A niente valsero i tentativi di soccorrerlo con la respirazione bocca a bocca e manovre varie per fargli arrivare un po’ d’ossigeno ai polmoni. Nel giro di pochi minuti papà esalò il suo ultimo respiro tra le braccia mie, di mio marito e di mio cognato Marco.
Io non potevo, non volevo accettare l’evento, la mia mente si rifiutava di registrare la dipartita di papà, solo il cuore soffriva tanto violentemente che sembrava volesse scoppiarmi nel petto: papà, il mio papà, non c’era più, non avrei più goduto della sua presenza, della sua saggezza, del suo amore smisurato e senza alcuna riserva!
Era una perdita troppo grande e che mai avevo immaginato possibile.
Mi rimaneva solo il suo stupendo sorriso, quello che gli era affiorato sul viso quando mi aveva visto arrivare; lo sapeva che sarebbe stato l’ultima volta e mi aveva sorriso con una tale intensità che le sue labbra, anche nel rigore della morte , lo avevano voluto conservare, forse per farmi capire che era morto felice.
Ora il mio tributo di figlia affettuosa poteva essere solamente quello di prepararlo come se andasse ad una festa, elegante e distinto come quando mi aveva accompagnato all’altare.
Senza parole pregai Dio di accoglierlo tra i “Giusti” perchè, per me, quello è il suo posto.
Solo ora capivo quella strana sensazione che avevo vissuto a Foggia due giorni prima quando non mi era stato possibile fargli conoscere la piccola Giulia; avevo in un attimo previsto, incosciamente, il precipitarsi di questo tragico evento, avevo colto, senza capirla, la terribile legge naturale che già otto anni prima avevo sperimentato: avrei perduto anche mio padre come avevo perso mia madre all’arrivo di un nuovo nipote, perchè la vita, se ti regala una cosa bella, esige e te ne ruba un’altra altrettanto importante.
Che grande mistero è la vita e la morte non rappresenta altro che il suo culmine più arcano!

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