”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

16-capitolo sedicesimo

Cap. 16° Impegno coraggioso

Questa armonia fu, però, turbata dalla scoperta che mamma era diabetica: bisognò ricoverarla per oltre tre mesi.
Papà era annichilito, l’idea di perdere mia madre gli era insopportabile; sarebbe stato volentieri ventiquattro ore al giorno
in ospedale ma non era possibile perchè, essendo un reparto femminile, gli uomini erano ammessi solo nell’orario di visita.
Ancora più evidente appariva il nostro affetto, ci sostenevamo l’uno con l’altra ed insieme rincuoravamo mamma che,
dovendo essere alimentata con un sondino, accettava solo da me il cibo che le portavo, frullato, tre volte al giorno.
Sebbene le condizioni di mamma fossero gravi, un po’ alla volta, con le cure adeguate e le assidue attenzioni di tutti,
si riuscì a stabilizzare il suo diabete ed a riportarla a casa serena.
Fu un periodo di grande difficoltà ma ripagato dall’esito positivo della situazione e dalla gratitudine di papà e mamma che, ristabilitasi, parlava di me come della sua salvatrice mentre mio padre dichiarava, senza mezzi termini, che io avevo
realizzato tutte le sue aspettative, avevo risposto ad ogni suo desiderio, ad ogni sua sollecitazione e si dichiarava
pienamente soddisfatto non solo di me ma anche di se stesso, della sua capacità di guidarmi nella mia realizzazione.
Io ci scherzavo: “Papà, non inneggiarmi troppo, potrei deluderti!” egli sorrideva e cambiava discorso.
Intanto i ragazzi erano ormai adolescenti con le naturali problematiche della loro età, le prime cotte, i primi segreti.
Le scuole superiori li impegnavano maggiormente negli studi, erano attivi volontari nella socializzazione sia della parrocchia
che dell’AS.SO.RI. l’associazione che mio cognato, dopo la nascita di Marco, aveva istituito favore dei “diversamente abili”
e partecipavano a livello agonistico a manifestazioni di nuoto pinnato, allenandosi costantemente.
Stavano diventando grandi e mi accorgevo di non poter più essere, come negli anni precedenti, onnipresente nella loro vita.
Maria Elena aveva un folto gruppo di amici e manifestava uno spiccato senso d’indipendenza, Stefania aveva trovato in un compagno di liceo e di piscina il suo fidanzatino e sembrava appagata di questo suo sentimento, mentre Antonio, un po’ irrequieto, viveva l’ultimo anno delle scuole medie con qualche superficialità alla ricerca di quel “quid” che neanche egli
stesso era in grado di definire.
Io ero lì attenta ma mi sentivo impotente di fronte alla imponderabilità del loro futuro; papà lesse nei miei occhi questo mio disagio e, con affetto, cercò di rincuorarmi:”Non ti preoccupare oltre il dovuto Lucia, li hai ben educati sia con la parola che con l’esempio; ora devono affrontare autonomamente la vita, tu puoi aiutarli, sostenerli ma non puoi sostituirti a loro, nè evitare i loro errori”.
Aveva ragione ma mi sentivo inquieta, sapevo che correvano mille pericoli, che la società non era tenera e tremavo per ogni ritardo, per ogni anche se piccolo imprevisto. Come è arduo essere genitori!
Maria Elena era giunta alla maturità classica che conseguì brillantemente: si apriva per lei l’orizzonte dell’università, la scelta della strada da percorrere per la sua realizzazione futura.
Aveva espresso il desiderio di iscriversi alla facoltà di Medicina “per potere aiutare i bambini dell’Africa” , ma mio marito la dissuase ed ella optò per la facoltà di Psicologia pensando ai ragazzi dell’AS.SO.RI. dove aveva fatto volontariato fin dalle scuole elementari.Doveva seguire il suo corso di studi a Roma e, perciò, allontanarsi da casa; mi si stringeva il cuore al solo pensiero ma non volevo manifestare questo mio sentimento apertamente: lo spirito libero da cui ella era animata ne avrebbe certamente sofferto o si sarebbe ribellato. Era meglio, molto meglio, sostenerla nella sua scelta, sorridere ed incoraggiarla che farle pesare il mio disagio per la sua partenza e la coinvolsi con entusiasmo nei preparativi.
I figli sono dei genitori sintanto che necessitano delle loro cure per vivere, poi devono camminare con le proprie gambe, bisogna saper donare loro sicurezza e serenità senza creare ostacoli che possano rendere più difficile il loro cammino nella vita.
Era diventata grande, di una bellezza disarmante ed io la vedevo delicata, forse fragile, a dover affrontare la vita lontana dal nido senza l’assiduo sostegno che le era sempre stato assicurato, ma Maria Elena si dimostrò all’altezza della situazione sin dai primi giorni ed, al ritorno a casa per le vacanze natalizie del suo primo anno accademico, la scoprii più matura, autonoma, sicura di sè, contenta della sua sistemazione a Roma, delle sue nuove amicizie e principalmente del suo corso di studio.
Io la guardavo entusiasmarsi nel suo discutere, nel difendere le sue sentite, originali e personali posizioni e me ne sentivo inorgoglita e rassicurata. Aveva iniziato col piede giusto il suo autonomo cammino nella vita!
Ma, come spesso avviene nell’esistenza umana, quando una cosa sembra incanalarsi nella giusta direzione, un’altra arriva a crearci preoccupazioni: come un fulmine a ciel sereno Stefania ed il suo ragazzo ci confessarono che ci avrebbero precocemente regalato un nipotino. Erano circa tre anni che conoscevamo sia il ragazzo che la sua famiglia ed il nostro rapporto era sempre stato cordiale, improntato sulla simpatia e la stima reciproca. La notizia era, però, una vera bomba, egli aveva appeno compiuto diciotto anni, lei uno in meno: cosa fare!?
Papà, visto il mio sconcerto, cercò di sostenermi: “Lucia- mi disse- non siamo responsabili degli eventi che la vita ci riserva, sia che essi ci arrivino dall’alto dei cieli o dalle visceri più profonde della terra; noi non possiamo fare altro che cercare di risolverli nel migliore dei modi. Ognuno viene considerato non per gli eventi che gli capitano ma per come riesce ad affrontarli. Sii te stessa anche in questa circostanza e vedrai che tutto prenderà la giusta piega”.
Aveva ancora una volta ragione ed, ancora una volta, aveva suscitato in me la reazione più opportuna.
Dopo aver analizzato insieme a mio marito i sentimenti e le intenzioni dei ragazzi, concordammo il matrimonio ad una sola condizione: noi saremmo stati disponibili alle loro nuove necessità ma entrambi dovevano impegnarsi a laurearsi perchè non poteva andare sprecata la loro brillante intelligenza nè limitato il loro futuro.
Il 18 marzo del 1989 si sposarono con una cerimonia toccante e gioiosa tra tanti amici e tutti i parenti.
La gioia, però, anche se responsabile e piena di impegno per il futuro, non poteva essere duratura: mia madre, infatti, due giorni dopo il loro bel matrimonio fu nuovamente ricoverata per grave insufficienza renale: il suo organismo non sopportò la necessaria dialisi e si spense in meno di un mese.
La sua dipartita lasciò in me un incolmabile vuoto, una terribile sofferenza, un grande senso di impotenza: questa volta non ero riuscita a darle conforto sebbene mi fossi impegnata allo strenuo delle mie capacità.
Mio padre era muto, attonito guardava noi figli quasi a chiederci il perchè di quella dolorosa scomparsa.
Mi avvicinai a lui e gli sussurrai: “Papà, ti voglio bene!” e finalmente scoppiò in lacrime. Era come se un tappo fosse saltato via dando sfogo al suo dolore permettendogli di prendere coscienza della tragica realtà.

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