”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan Monte Sario, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

26-Ad ogni epoca il suo linguaggio

Ero giunta in anticipo in stazione ma il treno era già fermo sul 1° binario e mi sedetti tranquillamente al mio posto, nell’attesa osservavo i viaggiatori che arrivavano alla spicciolata. Tra i tanti giunse un giovanotto alto e certamente palestrato, con un’andatura dinoccolata, spavaldo, quasi strafottente; indossava un paio di jeans ad arte strappati e con i bordi sfilacciati, una maglietta con un teschio nero, un vistoso tatuaggio gli saliva sul collo fino al lobo dell’orecchio sinistro dal quale pendeva un orecchino con un lungo crocifisso. Un orribile piercing gli deturpava le labbra sciupando quel viso naturalmente interessante ed una cresta colorata gli conferiva un’altezza spropositata ed un aspetto quasi sinistro. Istintivamente mi trovai a pensare:” E’ l’immagine più depravata dell’odierna generazione!” e quasi con disdegno girai la testa per guardare altrove ma una rumorosa suoneria di telefonino riportò la mia attenzione sullo stesso giovane che veniva a sedersi proprio di fronte a me ed incominciò a parlare; termini strani, a me incomprensibili, usava nel suo dialogo telefonico ed in essi io mi perdevo; avrei voluto capire almeno il senso del suo dire, ma mi sembrava si esprimesse in un codice segreto ed usava volutamente un tono alto di voce quasi compiacendosi di suscitare sconcerto in chi era costretto ad ascoltarlo.
Solo t. v. b. colsi come un tenero saluto rivolto ad una persona cara. Ero sconcertata, quasi istintivamente tentata a chiedergli il significato di quelle astruse frasi, ma il pudore o forse il timore di essere fraintesa, sebbene alla soglia dei miei ottant’anni, mi trattenne … Improvvisamente, però, nella mente mi balenò un ricordo dimenticato in un cassetto della memoria che si era aperto proprio in virtù di quelle strane espressioni che non sapevo decifrare. Avevo vent’anni, ero matricola e, raffinata ed elegante nel mio tailleur, camminavo lungo corso Vittorio Emanuele II per recarmi al Magistero quando una motoretta, con due ragazzi a bordo, mi sfrecciò accanto mentre il passeggero che occupava il sedile posteriore, con voce stentorea e ben calibrata sillabò ” su per bo na a a a”. Ero riservata per indole, poco avvezza alla goliardia della comitiva del mio ragazzo già al terzo di università e spesso ero impacciata e chiusa in me stessa e per questo motivo sembravo loro scostante e mi consideravano “superba”; io ritenevo inadatto a me quell’appellativo e ne ero offesa. Quel sentirmi considerare superba da chi neanche mi conosceva mi fece rabbuiare … L’eco di quella parola non si era ancora dispersa nell’aria che mi raggiunse il mio ragazzo che mi chiese il motivo del mio viso adombrato, raccontai l’accaduto chiedendogli cosa ci fosse in me che giustificasse l’appiopparmi di tale appellativo. Pino sorrise alla mia ingenua apprensione e mi disse:” Lucia, quei ragazzi hanno voluto farti solo un complimento, certo inopportuno, ma solo un complimento, quella che ti hanno rivolto non è l’accrescitivo di superba ma di “bona” termine moderno, coniato da poco, per intendere una ragazza avvenente ed io non riesco proprio a dar loro torto …” e, poi, con fare malizioso e tenero mi sussurrò all’orecchio: ” e tu, superbona, mi vuoi bene?” Io ero incredula ma sorrisi e colsi il calore della sua tenerezza. Ora sentivo attuale in me quel calore, quella tenerezza e sorrisi al ricordo ma anche a quel ragazzone che mi sedeva di fronte, mi percepivo più benevola, attutivo il mio precedente severo giudizio; gli ero grata per la ventata di giovinezza che aveva, inconsapevolmente, suscitata nel mio cuore.