”Quando giù nel Tavoliere tutto arde la calura a Panni, sull’altopiano Pan, si gode la frescura“ *
 Già il titolo ci porta a pensare di un paese dove paesaggio incontaminato e tanta aria salubre si intrecciano fra loro creando un territorio da favola, un mondo affascinante.
A prima vista può sembrare un paese difficile eppure quei luoghi custodiscono autentiche riserve naturalistiche che meritano di essere visitate. Per questo armatevi di macchina fotografica e via, fra colline, boschi, ruscelli che saranno la scenografia del vostro vagabondare e godervi appieno il bel paesino di montagna che si chiama Panni in provincia di Foggia.
Godetevi le stradine del paese, gli uccelli, il verde, l’aria incontaminata a testimonianza di un territorio ancora sano. Alla fine, dopo tanto girovagare per il paese e fra queste bellezze naturali, un pò di relax sicuramente vi farà bene. Non aspettatevi grandi cose, ma parlate con la gente, entrate nei piccoli negozi, sedetevi sulle panchine della passeggiata del Castello, godetevi le prelibatezze della cucina locale. Guardate tutto l’insieme ed avrete in regalo la sensazione di aver scoperto un mondo sconosciuto e da favola riportandovi indietro nel tempo; visitate questa perla del Subappenino.
Una passeggiata nel bosco, in silenzio, riempiendosi i polmoni del profumo della resina dei pini, mentre la luce filtra tra i rami. Un pomeriggio di relax, sdraiate su un morbido tappeto di erba rivolgendo lo sguardo al cielo.
Da quanto tempo non ti concedi una pausa d’immersione nella Natura? Intanto chiudi gli occhi e non sarà difficile materializzare nella tua mente questi possibili scenari.
La sensazione che ne trarrai sarà d’immediato benessere, La Natura fa parte di noi, ma di cui ci siamo dimenticati.
Aristotele scriveva che “il medico cura, la Natura guarisce”
Panni vi aspetta con tutte le sue sagre, con tutti i suoi prodotti, con tutti i gioielli del suo territorio, con tutta la sua Natura. .

05-capitolo quinto

CAPITOLO 5 Alla ricerca di nuovi orizzonti

Proprio in quest’atmosfera d’incertezze,una domenica
che mamma e papà erano venuti a trovarci a Foggia,
chiesi a mio padre se mi avesse permesso di iscrivermi
all’università dopo il diploma.
Tutto il giorno lo tartassai con la stessa domanda e, dopo
tanto insistere, riuscii a strappargli una mezza promessa:
“Se sarai promossa a giugno cercherò di accontentarti”.
Frequentavo il terzo anno di Magistrale con buon
rendimento, mi trovavo bene nella mia classe, studiavo
senza difficoltà insieme alla mia amica Rosa Maria e la
richiesta di mio non mi sembrò irrealizzabile.
Ritenevo, inoltre, fondamentale per me riuscire nello
studio; volevo dimostrare prima a me stessa e poi a tutti
gli altri che non avevo proprio niente di cui vergognarmi,
che ero,com’ero, una ragazza per bene, fornita di buone
doti intellettive e che potevo, anch’io, accedere
all’università senza problemi.
Non mi lasciai deprimere o intimidire dai negativi
comportamenti dei genitori di Pino; continuavo per la
mia strada valorizzando sempre più l’amore che mi
legava al mio ragazzo, un amore che si temprava nella
lontananza divenendo sempre più forte e sicuro di sè.
Sapevo che per papà le promesse erano cosa seria e,
senza tornare più sull’argomento, mi impegnai molto per
non deludere le sue aspettative.
Le mie giornate erano dedicate allo studio senza, per
questo, diventare “secchiona”; con serietà e serenità
assolvevo l’impegno che volontariamente mi ero assunto
e vivevo con entusiasmo la mia esperienza scolastica che
mi aiutava, anche, a sopportava la lontananza da Pino
che veniva molto di rado a Foggia e, spesso, solo nei
periodi di vacanza quando io ero costretta a tornare a
Panni.
Furono anni intensi e produttivi; i professori mi
apprezzavano ed io mi sentivo più sicura di me e
fiduciosa delle mie possibilità future.
Come naturale conseguenza dell’impegno costante sia
l’anno in corso, sia agli esami dell’anno successivo fui
promossa nella sessione estiva con una buona media.
Io ero felice perchè avevo raggiunto il primo traguardo
per potere, forse, realizzare il mio sogno e mio padre era
orgoglioso che la sua bambina aveva conseguito il
diploma come egli desiderava.
Quell’estate fui colpita da una violenta forma di
intossicazione, forse, per cibo avariato.
Papà, avvertito sul lavoro che non stavo bene, mi portò
un cono di gelato che sapeva mi piaceva tanto ma,
quando si rese conto della gravità del mio stato, fu così
sbigottito che rimase con il gelato che gli sgocciolava tra
le dita, senza dire una parola cercando qualche speranza
nel volto preoccupato del dottor Gerardo Montecalvo.
Mi salvò da sicura morte, visto che a Panni in quel
periodo non c’era una farmacia, un campione gratuito
che il dottore aveva ricevuto in mattinata e che, io stessa,
gli avevo consegnato avendo incontrato papà con la sua
borsa che scoppiava tanto era piena. Portavo la
colazione a mio fratello Donato ed a sua moglie Rosa,
sposi novelli, che vivevano a Torino e che a Panni, di
passaggio durante il loro viaggio di nozze, dormivano a
casa di nonna Saveria ubicata nei pressi dell’abitazione
del dottor Montecalvo.
Il dottore mi aveva accolta con giovialità
complimentandosi con me per il diploma appena
conseguito, mi aveva consegnato un ritaglio di giornale
con l’articolo che riportava i risultati degli esami dei vari
istituti di Foggia e nel quale figurava anche il mio nome
dicendomi di portarlo a mio padre che ne sarebbe stato
contento.
Ne ero contenta anch’io: essere apprezzata da una persona
colta ed autorevole del mio paese mi inorgogliva ed
aumentava la mia autostima.
A volte una lode, anche se non cambia la sostanza della
situazione, ti offre la carica che ti aiuta ad affrontarla con
maggiore serenità ed entusiasmo: vivevo un momento
felice della mia vita e mi piaceva assaporarlo nelle sue
varie sfaccettature.
Un paio d’ore più tardi mio fratello Donato era
letteralmente piombato dal medico pregandolo di
correre a casa perché io stavo molto male.
Il dottore era incredulo: “Chi, la neo diplomata? Vengo
subito!” Non gli sembrava possibile che la ragazza
raggiante con cui aveva parlato solo poche ore prima
avesse bisogno di un suo intervento urgente.
Dai sintomi che mio fratello gli aveva illustrato il dottore
si era fatto un’idea di cosa poteva trattarsi e portò con sé
la confezione del medicinale che gli era arrivato in
mattinata.
Stette al mio capezzale tutto il pomeriggio con mio padre
taciturno e scuro in viso.
Dopo tre iniezioni endovena del nuovo farmaco e sei ore
di assistenza continua don Gerardo disse:” Ermì, siamo
stati fortunati, senza questo campione gratuito
l’avremmo persa ! Ora lasciatela riposare, io vado a fare
un’altra visita e poi torno a controllarla”.
Solo allora mio padre mi venne vicino, mi sorrise e mi
disse: “Che paura mi hai fatto provare…, ma tu sei forte,
brava!” Avrei voluto abbracciarlo ma non ne avevo la
forza, accennai un timido sorriso ed i suoi occhi si
riempirono di lacrime.
Mio padre riteneva che la cultura fosse indispensabile
nella vita ma, per lui, il diploma, specie per una donna,
era sufficiente e, quando tornai a chiedergli di sostenere
l’esame di ammissione all’università, sembrò quasi
sorpreso e cercò di farmi capire che avrei dovuto
accontentarmi di essere una “maestra”.
Ero profondamente delusa e, ricordandogli la promessa
fattami due anni prima, gli dissi: “Pensavo che tu fossi un
uomo di parola ma, evidentemente, mi sbagliavo”, e
me ne andai risentita, risentita con mio padre dal quale
mi sentivo tradita, beffata: io gli avevo creduto, mi ero
impegnata assiduamente ed ora lo avvertivo lontano,
ostile.
Non riuscivo ad accettare quello che mi sembrava un
tradimento da parte della persona di cui mi fidavo in modo
assoluto.
Tutta la notte sentii mio padre e mia madre confabulare:
era loro abitudine quando avevano un problema, per
risolverlo discuterne in privato e l’unico modo era di
affrontarlo mentre i figli dormivano.
Anch’io, però come loro, ero agitata; non riuscivo a
dormire e cercai di captare qualche frase dei loro discorsi.
La voce di mia madre mi giungeva più nitida e la sentii
dire:” Ti stai angustiando oltre il dovuto, vuoi contrastare
tua figlia che ti chiede solo qualcosa di cui andare fiero,
faglielo sostenere questo benedetto esame, mica è facile
superarlo, potrai sempre decidere dopo. Affronta un
problema alla volta!” Meravigliosa praticità di mia
madre; aveva disarmato mio padre e spianato la strada
alla realizzazione del mio desiderio.
Mi addormentai serena, sentivo che l’indomani sarebbe
stato un giorno migliore.
Papà, infatti, il mattino seguente, prima di recarsi al
lavoro, mi venne vicino, si sedette sul letto e mi disse
solennemente:”Lucia, sono d’accordo con te, quando si fa
una promessa bisogna mantenerla.
Se te la senti puoi tentare l’esame di ammissione
all’università.”
Ero contenta ma non seppi dirgli altro che :”Grazie
papà”; mi sentivo in colpa per averlo chiamato“uomo senza
parola” e sapevo quanto gli pesasse quella decisione.
L’esame di ammissione all’università non era facile e
comprendeva una prova scritta ed un impegnativo
colloquio, ma io avevo fiducia in me stessa, nella mia
capacità di esprimermi, specialmente per iscritto, con
chiarezza ed efficacia.
Era un momento importante della mia vita e l’avrei
affrontato con serietà ed impegno, senza trascurare
niente. Approfondii vari argomenti pedagogici, filosofici
e di letteratura che ritenevo potessero essere contemplati
nelle possibili tracce da svolgere. Sentivo di aver fatto
tutto ciò che potevo al meglio delle mie capacità; non mi
restava che chiedere, per i miei esami, l’assistenza e la
protezione divina.

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