08-capitolo ottavo



Cap. 8° La terra

Mio padre oltre alla famiglia e al lavoro aveva un
altro grande amore: la terra.
Frequentavo la terza elementare quando papà comprò un
piccolo appezzamento di terreno in contrada “La
mezzana” poco distante dal nostro paese.
Era una vera petraia, ripida ed inospitale, ma papà, con
caparbietà ed entusiasmo, la bonificò trasformandola in
un vero giardino: ne aveva fatto spianare la parte più
bassa, terrazzare la metà più ripida, aveva utilizzato uno
spuntone di roccia come sostegno naturale per una
piccola ma accogliente casetta col tetto di travi e paglia; le
pietre ovunque disseminate divennero muri contenitivi e
protettivi del terreno ben lavorato e fertilissimo.
Piante da frutto e fiori di tutti i tipi rallegravano
l’ambiente, un solo albero rimase a ricordo del primitivo
stato del terreno: un grande castagno dal tronco cavo in
cui, bambina gioiosa, giocavo.
Era la porta di un mondo fatato a cui potevo accedere
soltanto io ed in esso vivere mille avventure, novella
“Alice nel paese delle meraviglie”.
Tra le foglie ai piedi dell’albero cercavo i ricci chiusi a
palla ed ognuno si trasformava in un personaggio della
storia che mi inventavo: erano principesse bellissime,
orride streghe, cavalieri intrepidi, matrigne cattive che si
muovevano nello spazio angusto reso immenso dalla mia
fantasia. Mia madre mi lasciava tranquilla e, quando
tornavo accanto a lei, mi chiedeva sorridendo quali
nuovi amici mi avevano fatto compagnia.
Quel terreno divenne mèta delle scampagnate estive di
noi fratelli insieme ad amici e parenti tanto era
accogliente e facile da raggiungere.
Un giorno d’estate io e mio cugino Donato,figlio di zio
Peppino il fratello più piccolo di mia madre caduto in
guerra, decidemmo di fare una gita alla mezzana.
Davanti alla casetta papà aveva lasciato un ampio
spiazzo arredato da un rustico tavolo di pietra e sedili
ricavati da grossi tronchi, su di una roccia aveva creato
un rudimentale piano cottura e noi, imitando i “grandi”
cercammo di prepararci la “ciambotta”, un piatto tipico
del nostro paese a base di verdure e certo non ci mancava
la materia prima nell’angolo tenuto ad orto.
Eravamo piccoli (io non avevo ancora nove anni) e per
entrambi era la prima esperienza culinaria: convinti di
esserne all’altezza ci improvvisammo cuochi, ma alla fine
ciò che avevamo preparato era, senza ombra di dubbio,
disgustoso e lo buttammo dietro una siepe nel tentativo
di nascondere il nostro insuccesso.
L’indomani i miei genitori trovarono le nostre evidenti
tracce ed, anche se avevano ben capito chi erano gli
artefici di quella marachella, non ci rimproverarono
apertamente ma mio padre commentò l’accaduto, in
nostra presenza,con una frase canzonatoria: “Devono
essere stati due ragazzi stupidi: invece di cogliere
qualche bella zucchina tenera, hanno cercato di cuocere
quella dura destinata alla semenza”.
Io e Donato ci guardammo bene dal confessare la nostra
colpa, certamente non volevamo apparire stupidi ai suoi
occhi, ma non ripetemmo più bravate del genere.
Papà era orgoglioso della trasformazione apportata a
quel terreno e non si stancava mai di dire che era una sua
creatura e che i prodotti di quella piccola proprietà erano
i migliori che avesse mai assaggiato.
L’attaccamento alla terra era una componente
fondamentale del suo carattere a cui non sapeva
rinunciare neanche a tanti chilometri di distanza.
Era tanto importante per lui che spesso, insieme a mia
madre, partiva da Napoli il sabato pomeriggio per
curare il vigneto a Panni in contrada l’Avella poco
distante dalla stazione ferroviaria del nostro piccolo
paese; era un vigneto a spalliera che aveva piantato il
suo bisnonno ed a cui era legato affettivamente perché da
bambino si recava spesso con suo padre.
Aveva preso accordi con alcuni operai che lo aiutavano
nei vari lavori e ritornava a Napoli con l’ultimo treno di
domenica, rincasando a notte alta.
Questo mi faceva sentire un po’ in colpa ma egli era
così felice e così organizzato che suscitava ammirazione;
era tanto orgoglioso dei frutti e del vino che produceva
da sembrare un bambino fiero del suo bel giocattolo
nuovo.
Anche mio fratello Costanzo, concluso il servizio di leva
viveva con noi a Napoli ed aveva iniziato la sua
professione di insegnante in un piccolo paese alle falde
del Vesuvio, mentre continuava a frequentare
l’università.
Egli era generoso nei miei riguardi, oltre a confrontarsi
spesso con me sul piano didattico ed a partecipare con
interesse alla mia vita universitaria, mi faceva tanti regali,
le borsette più belle me le regalava lui: rivestiva con gioia
il ruolo del fratello maggiore che coccolava la sorellina
più piccola anche se, ormai, io ero cresciuta.
C’era armonia nella nostra famiglia; si cercava di
affrontare ogni problema insieme e se bisognava
rinunciare a qualcosa, ognuno lo faceva senza farlo
pesare agli altri.
L’anno successivo, però, Costanzo decise di interrompere
i suoi studi (gli mancavano ancora pochi esami per
laurearsi in lingue straniere), perchè gli pesava la
lontananza dalla sua ragazza e voleva sposarsi: era
fidanzato da diversi anni con una cugina di Pino, figlia
di zio Luigino, fratello di sua madre.
Era l’unico zio da parte materna ed era molto affezionato
a suo nipote e nutriva anche per me sentimenti di stima e
considerazione.
Costanzo ed Anna si sposarono nell’estate del mio terzo
anno accademico e si stabilirono a Foggia.
La mia esperienza universitaria proseguiva
positivamente, frequentavo con interesse e desiderio di
apprendere le varie lezioni ed ero in corso con gli esami:
avevo imposto a me stessa di laurearmi entro i quattro
anni previsti e, perciò, cercavo di non perdere tempo.
Alla fine del primo anno accademico avevo conosciuto
una ragazza che veniva da Bolzano, anche se di origini
campane, iscrittasi al mio stesso Magistero perché,
fidanzata con un giovane medico napoletano, prevedeva
di sposarsi e trasferirsi definitivamente a Napoli.
Si chiamava Laura Lauri e, durante l’attesa per
sostenere un esame, proprio quando avrebbe dovuto
presentarsi, si era fatta prendere da un attacco di panico
e voleva andare via; io che sarei stata chiamata più tardi
l’avvicinai e, dimenticando la mia ansia, la sostenni,
l’aiutai a ridimensionare le sue paure e la convinsi a
sostenere l’esame che superò con un ottimo voto.
Mi fu grata ed aspettò che io affrontassi la mia prova per
festeggiarne insieme il buon esito.
Iniziò così la nostra amicizia sincera e disinteressata.
Lei era in pensione proprio di fronte al Magistero, aveva
una camera ampia e ben arredata ma le mancava la sua
famiglia e cercava, come me a Foggia, un’amicizia vera!
Cominciammo a studiare insieme, era lei che veniva a
casa mia ed eravamo contente di confrontarci e sostenerci
vicendevolmente.
Il fidanzato Enzo Ammaturo, ottimo cardiologo, quando
preparavamo degli esami insieme, l’accompagnava nel
primo pomeriggio e veniva a prenderla a sera quando
finiva il suo turno di lavoro nel reparto di Semeiotica
Medica dell’Ospedale degli Incurabili ubicato nei pressi
di casa mia.
I miei familiari erano affabili con lei, Laura stava bene
con tutti noi ed i nostri studi procedevano senza intoppi.
Trascorrevano così i miei anni all’università, anni proficui
sia per me che per Pino, anni fatti di studi ma anche di
tante nuove esperienze che riempirono la nostra vita e ci
aiutarono a maturare.
Studiavamo con entusiasmo, cercando di non perdere
tempo inutilmente, dandoci vicendevolmente il sostegno
necessario a superare le difficoltà che la vita ci riservava.
Se affrontato insieme ogni problema si risolveva e
trovavamo il tempo per conoscere la città ed i luoghi
vicini più suggestivi e famosi.
Pino negli ultimi due anni di università ebbe a Napoli la
vespa e, di domenica, andavamo in escursione sul
Vesuvio, su monte Faito, lungo la costiera sorrentina od
amalfitana.
Erano esperienze che riempivano di gioia la nostra
giovinezza e che hanno lasciato ricordi indelebili nella
nostra mente e nel cuore.
Una in particolare la vivemmo con estrema intensità ed
emozione: una gita a Monte Faito.
Era una bellissima domenica primaverile, il cielo era
terso e luminoso, qualche lieve nuvola rosata, che
prendeva forme diverse sollecitata dalla brezza frizzante,
lo rendeva vivo e palpitante come i nostri cuori che si
inebriavano al vento nella velocità della vespa ed alla
stupenda bellezza del percorso.
Il verde intenso della vegetazione delle pendici del monte
era rallegrato da una miriade di piante di ortensie con
magnifici fiori a palla dai colori così vari e decisi come
non ho più avuto occasione di vederne.
Raggiunta la cima, potemmo ammirare dall’alto la
magnifica costa di Castellamare di Stabia con l’azzurro
del suo splendido mare ed assaporare i profumi che la
brezza marina ci portava attraversando i boschi.
Eravamo felici e volemmo ringraziarne Dio nella piccola,
semplice chiesa che occupava il punto più elevato della
montagna: era accogliente col suo altarino in marmo e la
croce dorata che lo adornava.
Dopo una breve ma sentita preghiera, nell’uscire dalla
chiesetta, un’emozione indicibile invase i nostri cuori.
Un soffice tappeto di nuvole candide, ovattate circondava
la cima del monte; esistevamo noi due soli in un mondo
stupendo, sconcertante, fatto solo di cielo.
Increduli, coi piedi tra le nuvole e col cuore che batteva
all’impazzata, rimanemmo abbracciati sulla soglia della
chiesetta fino a che uno zefiro leggero dissolse le nubi
riportandoci il mondo reale.
Cogliemmo in questo nostro vissuto una partecipazione
divina e, con grande solennità, ci promettemmo che in
quel paradiso ci saremmo sposati considerando il futuro
velo da sposa una propaggine delle candide nubi che ci
avevano avvolti e trasportati in una dimensione irreale,
sublime.

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